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Una guida dal taglio personale racconta la capitale bosniaca guardando al futuro

Sarajevo mon amour

di 
Tino Mantarro
7 Agosto 2013

Quando arrivi a Sarajevo ti accorgi presto che non sei in una città come le altre. Sarà per quello che quel nome porta in dote, sarà per il richiamo del muezzin, sarà per la corona di montagne che la circondano, per i ricordi dei libri di storia che raccontano che qui iniziò formalmente la prima guerra mondiale. O sarà semplicemente per l'odore di cevapi arrostiti che si diffonde a certe ore, ma la sensazione è sempre quella di essere arrivati in un luogo dalla dimensione particolare. Una di quelle città che o ti piacciono in maniera sentimentale e assoluta, oppure lasciano indifferenti, quasi delusi. Soprattutto quelli che in un città cercano un elenco di imperdibili monumenti a due stelle ma non vanno tanto in cerca dell'anima di un luogo, delle sue storie e delle sue atmosfere. E Sarajevo di anima, storie e atmosfere ne ha pure troppe. Così tante da aver stregato Silvia Maraone e Anna Scavuzzo e averle spinte a scrivere una guida dedicata a Sarajevo (edizioni Oltre, euro 18).



«Ma forse non si tratta neanche di una guida turistica, ma di un racconto. Il racconto di questo luogo che facciamo agli amici quando ci vengono a trovare o ci chiedono di Sarajevo. Diciamo che è pensata come un dialogo con queste persone che accompagniamo per la città, la nostra città» spiega Silvia Maraone, che ha vissuto a lungo nella capitale bosniaca e lavora per una ong che si occupa di Bosnia.



Ma cosa c'è a Sarajevo che attrae così tanto chi ci si avvicina? «Me lo sono chiesta tante volte, ma non so dirlo. C'è qualcosa che non si riesce a cogliere e bloccare, eppure c'è. Ha una dimensione che trascende la bellezza del luogo e la sua storia» spiega Silvia. «Qualcosa che va oltre i monumenti e i musei, qualcosa che ha una dimensione diversa». Una dimensione che per Silvia affonda le sue radici nel periodo della guerra. «Si tratta di una fascinazione che mi è venuta a 18 anni quando sentivo questo nome durante la guerra e presto si è trasformato in un nome e un luogo da raggiungere, un punto di interesse che si è focalizzato in tutta la mia vita» spiega. «La prima volta ci sono stata nel 1997, era una città distrutta e desolata, eppure mi è piaciuta. C'era quel qualcosa che da allora mi porta a tornarci sempre» racconta. Così tanto da scriverci questo libro, una guida che diventa un accompagnamento e un invito alla scoperta di una città affascinante che ancora sconta il recente passato. Quasi che la guerra non fosse finita da quasi vent'anni e che la vita, nonostante le ferite, non avesse ripreso a scorrere. «Tanti vanno solo per la guerra, in cerca di ricordi e segni. Il tunnel sotto l'aeroporto, le tracce dell'assedio, il mercato bombardato. Ma c'è molto, molto altro» aggiunge Silvia.



Come tanti altri che hanno questo Paese nel cuore, anche Silvia concorda che sia necessario inaugurare una nuova fase di narrazione sulla Bosnia Erzegovina, che non si occupi più solo del passato e in particolare della guerra ma che invece si concentri sul presente e sulle prospettive future. Un discorso che alle volte è più facile a dirsi che a farsi. La Bosnia oggi paga il suo isolamento, che è sia storico che geografico.



«Dopo la guerra ha perso molto della sua multiculturalità, in tanti se ne sono andati. E quelli che sono arrivati hanno riempito i vuoti solo fisicamente, ma arrivano dalle campagne e non hanno quel portato intellettuale e cosmopolita che era la caratteristica di Sarajevo negli anni prima del conflitto». E quanto alla geografia i problemi sono ancora tanti. «Questa città e questo Paese avrebbero tutto come destinazione turistica da scoprire, ma arrivarci dall'Italia è ancora difficile. Non ci sono voli diretti, e meno che meno low cost. Per cui in aereo si deve per forza fare scalo o in Germania o in Austria. Oppure prendere la macchina e fare quasi mille chilometri attraverso Slovenia e Crozia. E spesso in Croazia si fanno lunghe file alla dogana». Ma nonostante questo – o forse anche per questo, per la difficoltà a raggiungerla – la città ha qualcosa che strega chiunque la viva per qualche giorno.



«Andrebbe raccontata presentando le sue tante culture, le sue sovrapposizioni, i tanti popoli che prima la abitavano, la sua grande storia» spiega Silvia. «Noi abbiamo cercato di raccontare Sarajevo secondo due prospettive: una verticale e una orizzontale. In orizzontale partendo dal centro storico con le viuzze strette e le moschee e andando verso la periferia in un continuo cambiamento di stili architettonici che ne illustrano lo sviluppo storico. In verticale risalendo le montagna che la circondano con i tanti quartieri distinti, le diverse tradizioni che li abitano arrivando fino in alto per poi abbracciarla tutta con uno sguardo». Prima di ridiscendere e rimettersi ad assaporare la sua anima molteplice. Meglio se accompagnati dalla parole di Silvia e Anna.