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Tra strade deserte e palazzi giganteschi, una giornata nel surreale centro del potere birmano

Reportage da Naypyidaw, capitale sconosciuta della Birmania

di 
Tino Mantarro
10 Novembre 2015
Elefanti bianchi trovati nella foresta, smeraldi grandi come una mano, miniere di rubini chiuse agli stranieri per decenni, nomadi del mare che vivono parchi incontaminati. E ancora, presidenti superstiziosi con la fissa dell'oroscopo, eroine rivoluzionarie diventate premi Nobel, minoranze di ogni sorta in lotta da decenni.  Appartata suo malgrado per decenni, la Birmania, o Myanmar che di si voglia, è uno scrigno di storie tutte da scoprire. Ancor di più oggi, dopo che le elezioni politiche di questo fine settimana, prospettano per il Paese un cambiamento epocale. Nelle prime elezioni libere da 25 anni la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), il partito di opposizione guidato dalla ex dissidente e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi è avanti nello spoglio e si appresta ad avere la maggiornaza relativa dei seggi nel Parlamento della capitale, Naypydaw. Ma che posto è questa capitale creata dal nulla? Siamo andati a vedere. 
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L'autista birmano non parla. Non perché non sappia l'inglese, che invece dimostra di capire piuttosto bene. Il fatto è che è proprio muto. Dalla sua gola non esce un fiato. Sulla carotide ha un grosso cerotto, quasi fosse il manifesto che spiega il suo silenzio. Con la sua lussuosa berlina coreana U Khin Zaw (il nome sta scritto sul cartellino di riconoscimento appeso allo specchietto retrovisore) era l'unico tassista disponibile nel sontuoso aeroporto di Naypyidaw, la sconosciuta capitale della Birmania. Non ci sono autobus, trishaw, taxi collettivi, solo U Khin Zaw: prendere o lasciare. 40mila kyats, 32 euro, un mese di stipendio di un birmano e via.

U Khin Zaw sarà pure muto, ma non è scortese. Ogni volta che gli si domanda qualcosa risponde girandosi e scandendo senza voce la risposta in modo lento e teatrale. Il che non è molto pratico, visto che sta guidando. Ma fortunatamente a Naypyidaw il traffico non è un problema: la strada che dall'aeroporto porta in città è una superstrada a quattro corsie vuota. Dove vuota non è un modo di dire. Si deve leggere letteralmente: vuota significa vuota. In venti chilometri ci hanno sorpassato due macchine, ma ogni cinquecento metri c'è una garitta della polizia che controlla il traffico inesistente. Così l'autista muto rallenta quando e come vuole e si gira sorridendo per rispondere mimando le parole con la bocca. Ma forse è meglio fargli poche domande e rispettare il suo silenzio. C'è una nuova capitale da scoprire.

LA NUOVA CAPITALE
Dal novembre 2005 Naypyidaw è il nuovo baricentro amministrativo della Birmania (o Myanmar come è stato rinominato il Paese dopo il colpo di stato del 1988), al posto dell'affascinante, decadente e congestionata Yangon. Naypyidaw è una città fondata nel mezzo del nulla, nel cuore di una zona arida e storicamente periferica. Durante l'estate la temperatura supera sempre i 40 gradi. In inverno la notte fa freddo. Nella stagione delle piogge si allaga. Eppure i generali dal 2002 hanno iniziato in gran segreto a edificare proprio qui, nella parte centrale del Paese, questa città da un milione di abitanti. Poi, d'imperio, hanno trasferito il governo, tutti i ministeri e gli Stati generali dell'esercito che dal 1962 comanda nel Paese. Raccontano, e c'è da crederci, che nessuno avesse sentito parlare di questo progetto fino a quando, alle 6.37 del 6 novembre (perché così avevano indicato gli astrologi seguiti dal presidente) iniziò il trasferimento dei ministeri. Nell'allora capitale Yangon comparvero centinaia di camion requisiti in tutto il Paese che completarono la prima parte del trasloco. I lavoratori furono costretti a trasferirsi in massa, accasati in quartieri di condomini ministeriali: ogni ministero con il suo colore di riferimento. La seconda parte del trasloco avvenne l'11 novembre, quando alle 11.11 partì da Yangon una colonna di 1.100 camion dell'esercito che trasportavano 11 battaglioni di soldati e 11 ministri.

Per anni Naypyidaw, che tradotto significa “la sede del re”, è stata off limits agli stranieri: serviva un invito ufficiale per entrare. E gli invitati erano pochi. Oggi la si può visitare liberamente, ma non ci viene nessuno. Sul volo dalla Golden Myanmar da Yangon c'erano 14 passeggeri su 148 posti. Da vedere del resto c'è poco. Nulla di quella vitalità da strada che contraddistingue le città birmane. Nessun venditore di betel con il suo banchetto agli incroci. Nessun trishaw. Nessun carretto trainato da buoi o cavalli. Un ordine surreale e immenso. Il sogno di ogni dittatore di un Paese sottosviluppato: una Svizzera tropicale, linda e priva di vita. Un posto dove geometria e pianificazione sconfiggono storia e stratificazione.

CENTRO RELIGIOSO
U Khin Zaw mi porta a vedere la Uppatasanti Paya, pagoda replica perfetta della Shwedagon Paya di Yangon, il luogo più sacro per i buddisti birmani. È alta un metro in meno dell'originale, ma dentro sembra un museo senza nulla in mostra. Solo le rondini animano il padiglione che rieccheggia delle prediche registrate di qualche monaco che sta chissà dove. Accanto alla pagoda in un padiglione aperto cinque elefanti bianchi legati con una grossa catena mangiano il bambù che gli passano gli inservienti. Un'altra leggenda di quelle che da queste parti vanno per la maggiore vuole che i generali abbiamo deciso il trasferimento solo quando nella foresta è stato trovato il quinto elefante bianco. Secondo una profezia il re che avrebbe avuto nel suo palazzo cinque elefanti bianchi avrebbe governato sotto una buona stella. Se sia buona o meno questa stella per il popolo birmano non sa. Di certo il re, l'attuale presidente Thein Sein, governa dal palazzo più imponente che sia dato vedere in città e non solo. Il Parlamento birmano per dimensioni fa impallidire Versailles e ridicolizza il Congresso americano. Peccato non si possa assolutamente sostare davanti e un terzo dei suoi rappresentanti non siano stati eletti nelle elezioni di questi giorni, ma scelti tra le fila dei militari. A parte questo ha una cancellata di ferro battuto istoriato lunga chilometri. Tra ingresso e palazzo si trova un fossato largo cento metri, tutto intorno un giardino immenso. Davanti passa una strada a 10 corsie per senso di marcia. Pare che sia stata costruita per far atterrare piccoli aerei in caso di necessità. Anche questa strada è vuota.

Guardando il Parlamento viene in mente una vecchia battuta che circolava qualche anno fa tra gli intellettuali birmani. «Sai quanti romanzi ha ambientato in Birmania George Orwell?, chiedeva qualcuno. “Tre”, rispondevano gli altri in coro. “Il primo, Giorni Birmani racconta la sua esperienza qui. Il secondo, La fattoria degli animali, racconta della colpo di stato del generale Ne Win e della via birmana al socialismo. Il terzo, 1984, ritrae quel che stiamo vivendo adesso”». Forse da oggi i birmani possono sperare in qualche altro titolo, meno drammatico.