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Era possibile visitare la Cambogia dei khmer rossi senza vedere l'orrore? Un reportage svedese prova a dare una risposta a questo dilemma

Parole in viaggio. Sorridere in Cambogia ai tempi di Pol Pot

di 
Tino Mantarro
28 Agosto 2014
Leggendo un reportage di viaggio si cercano tante cose: avventura, passione, divertimento, empatia e verità. Non vuoi sapere vita, morte e miracoli di chi sta al potere, quelli si trovano sui libri di storia. Si cerca un racconto di prima mano di mondi lontani e diversi, zone periferiche che magari mai visiterai, ma che stuzzicano la fantasia e la voglia di scoprire. E poi, chi lo sa, prima o poi non è detto che uno non decida di partire con un libro sotto braccio. Per questo abbiamo selezionato dieci reportage per dieci settimane. Dieci scoperte del mondo partendo dalle pagine di un libro letto a casa o, ancora meglio, in viaggio. Ecco la quinta tappa.
 
Nell'agosto del 1978 una delegazione svedese atterra nella Repubblica democratica di Kampuchea, lo stato comunista governato da oramai tre anni da Pol Pot e dalla sua banda di rivoluzionari educati in Francia. La delegazione è composta da due donne e due uomini. Tre hanno intorno ai trent'anni, un uomo oltre i cinquanta. Il più anziano è uno scrittore affermato, Jan Myrldal; gli altri un infermiere, una studentessa sposata con un rivoluzionario cambogiano e un giornalista. Cosa è la rivoluzione dei khmer rossi? È questo che vogliono scoprire nel corso del loro viaggio studio attraverso le terre cambogiane. Si tratta davvero il nuovo inizio di una società più giusta edificata sui principi del comunismo maoista?
 
Con senno di poi no. Il regime di Pol Pot era tutto fuorché giusto, democratico e popolare. Eppure i quattro svedesi tornarono in patria entusiasti: descrivendo la rivoluzione khmer, la stessa che stava sterminando un quinto dei cambogiani, come un modello per tutte le democrazie del mondo. Com'è possibile ritrovarsi a percorre un Paese che giorno dopo giorno viene annientato dai suoi stessi governanti e non accorgersi di nulla? Com'è possibile vedere un idillio in terra laddove c'è un inferno? È questa la domanda che percorre tutto Il sorriso di Pol Pot (Iperborea, pag. 335, 17€) del giornalista e scrittore svedese Peter Frobert Idling.
 
Un libro che è tante cose assieme: un reportage alla ricerca dei testimoni di quel viaggio, un saggio sulla storia cambogiana degli anni Settanta, una biografia ben scritta di Saloth Sar, il nome in lingua khmer di Pol Pot. Ma soprattutto un esempio ben riuscito di come grazie agli strumenti della fiction, ricerca storica, giornalismo d'inchiesta e viaggio si possano integrare. E integrandosi danno vita a un libro che nel raccontare un Paese riflette su molti interrogativi che ci si pone viaggiando. Ma è tutto vero quel che stiamo vendendo, o è solo una finzione creata per noi? Dove sta la verità: in quel che vediamo con i nostri occhi o altrove, ben nascosta nella foresta? E quando viaggiamo siamo davvero i protagonisti di quel che viviamo, o siamo solo marionette nelle mano delle guide che ci fanno vedere quel che vogliono? (foto cortesia di Jacopo Zurlo)
 
Suggestivo, lirico, documentato il libro di Idling è un libro di storie e di domande. Domande che lo scrittore svedese pone e si pone di continuo mentre insegue i protagonisti di quel viaggio surreale tra comuni pieni di cibo mentre in realtà il Paese era allo stremo; con contadini che sorridono un attimo primo della prossima esecuzione. Un libro da mettere in tasca se si è in partenza per la Cambogia. O anche solo se si vuole capire come si possa costruire un reportage moderno, non rinunciando a scrivere bene.
 
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