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Il polacco Wojciech Tochman racconta in modo lapidario quel che resta della guerra in Iugoslavia

Parole in viaggio. Le dure pietre della Bosnia Erzegovina

di 
Tino Mantarro
13 Novembre 2014
Leggendo un reportage di viaggio si cercano tante cose: avventura, passione, divertimento, empatia e verità. Non vuoi sapere vita, morte e miracoli di chi sta al potere, quelli si trovano sui libri di storia. Si cerca un racconto di prima mano di mondi lontani e diversi, zone periferiche che magari mai visiterai, ma che stuzzicano la fantasia e la voglia di scoprire. Storie di persone che difficilmente trovi altrove. E poi, chi lo sa, prima o poi non è detto che uno non decida di partire e andare a vedere di persona, con un libro sotto braccio.

Di solito ci si ricorda di un evento solo in occasione di un anniversario. La caduta di un muro, l'uccisione di un principe che porta a una guerra, un Mondiale vinto. Qualsiasi evento storico da commemorare apre la strada a un serie di pubblicazioni, ricostruzioni, viaggi e servizi giornalistici per ripercorre le tappe della storia e tornare nei luoghi. Intendiamoci: nulla di male, gli anniversari esistono per questo. E va bene così, purché del passato non ce ne si dimentichi va bene tutto. La memoria è il fondamento di quel che siamo e quel che saremo, dunque va esercitata. Se poi non c'è un anniversario di mezzo, ma solo la voglia di raccontare per non dimenticare, va ancora meglio.
 
RITORNO A SARAJEVO
Il giornalista polacco Wojciech Tochman è uno che ha il vizio della memoria. Solo che lui nei luoghi preferisce andarci dopo, quando l'anniversario è trascorso, le telecamere spente, l'attenzione calata. Preferisce andarci da solo, con calma, per scavare e raccontare. In Come se mangiassi pietre, crudo reportage uscito qualche anno fa da Keller editore (traduzione di Marzena Borejczuk, pag. 138; euro 14) Tochman è andato in Bosnia Erzegovina.

C'era già stato a partire dal 1992 fino al 1995, nei giorni del conflitto. Quanto Sarajevo era assediata, Sebrenica violentata, Gorazde isolata. C'era stato e ne aveva scritto sui giornali polacchi raccontando di battaglie e cecchini, distruzione e violenza. Anni dopo, nel 2002, ha deciso di tornare per esercitare il suo mestiere di raccoglitore di storie, senza prestar caso alle ricorrenze. Avendo più che altro cura delle persone e delle loro storie.
 
UNO STILE DA CRONISTA
Cosa rimane quando una guerra finisce? È questa la domanda cui cerca di dare una risposta Tochman nelle cento e poche pagine del suo reportage. Come stanno i sopravvissuti? Come si vive in un Paese diviso? È possibile riconciliarsi con il vicino che ti ha sterminato la famiglia? Seguendo un'antropologa forense trapiantata in Islanda, ascoltando le madri e le moglie che cercano i resti dei propri parenti trucidati a Sebrenica, Nevesinje, Mostar, Tochman torna tra i boschi della Bosnia e le pietraie dell'Erzegovina.
 
Parla con i musulmani bosniaci, parla con i serbi, parla con le vittime e parla con i carnefici. Parla con tutti e lo racconta con uno stile asciutto, secco, apparentemente distaccato. Non giudica, non commenta. Fa il cronista e costruisce la sua storia giustapponendo i fatti nudi e crudi, senza orpelli. Del resto non c'è bisogno di orpelli quando si ricostruiscono le vicende della madri che cercano i resti dei figli e dei mariti rinchiusi nelle body bag della Commissione bosniaca per le persone scompare. Non servono aggettivi quando si accompagna una donna nella casa che fu sua, nel villaggio dove è nata e da cui è fuggita perché un giorno qualcuno ha deciso che basta, dopo secoli di convivenza serbi, croati e musulmani non potevano più stare insieme sulla stessa terra.
 
UN REPORTAGE SULLA GUERRA
Non serve molto altro per dire che Come se mangiassi pietre andrebbe fatto leggere a chi vuole capire come si può e come si dovrebbe scrivere un reportage sulla guerra. Un libro che racconta della sciocchezza di ogni conflitto: dei campi di concentramenti, dei villaggi rasi al suolo, delle città assediate, delle colonne di rifugiati, delle fosse comuni, delle stragi, degli stupri, dei vicini che ammazzano i vicini. Di tutto quello che ritorna, assurdo e puntuale, in ogni guerra.
 
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