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Un'esplorazione dei luoghi meno banali dell'Europa, 6mila chilometri lungo in confine orientale dell'Unione

Parole in viaggio. L'attrazione fatale di Rumiz per l'Europa centrale

di 
Tino Mantarro
5 Agosto 2014
Leggendo un reportage di viaggio si cercano tante cose: avventura, passione, divertimento, empatia e verità. Non vuoi sapere vita, morte e miracoli di chi sta al potere, quelli si trovano sui libri di storia. Si cerca un racconto di prima mano di mondi lontani e diversi, zone periferiche che magari mai visiterai, ma che stuzzicano la fantasia e la voglia di scoprire. E poi, chi lo sa, prima o poi non è detto che uno non decida di partire con un libro sotto braccio. Per questo abbiamo selezionato dieci reportage per dieci settimane. Dieci scoperte del mondo partendo dalle pagine di un libro letto a casa o, ancora meglio, in viaggio. Ecco la terza tappa.
 
Nessuno riesce a togliere dalla testa di Paolo Rumiz, giornalista profondo e scrittore di viaggio curioso, che l’Europa fosse più Europa un secolo fa, quando sua nonna poteva andare in treno senza problemi da Trieste alla Transilvania. Che erano tutte uno stesso Paese, vero, ma aldilà della casa regnante condividevano anche una cultura ibrida, impregnata di tante cose che si prendevano a prestito dai popoli vicini, perché la regola è sempre stato l'incontro, lo scambio, la contaminazione. Così, mentre festeggiamo la caduta di alcune frontiere politiche, non ci accorgiamo che ne erigiamo subito altre, lunghe e invalicabili in terre dove frontiere non ce ne sono state per decenni.
 
Per esempio lungo il confine orientale dell’Unione, che in Transeuropa Express (Feltrinelli, pag. 232, euro 18) Rumiz ha esplorato da nord a sud, partendo in un giorno di primavera della fin troppo silenziosa Kirkenes, oltre il circolo polare artico, in Norvegia, e passando da Murmansk giù, giù fino ad Odessa, sul mar Nero, e poi in nave verso Istanbul. Ai tempi in cui ha realizzato il suo viaggio le turbolenze di questi mesi in Ucraina non erano neanche immaginabili, ma ciò non toglie che queste terre che attraversa con tutti i mezzi, dal treno al bus, al buon vecchio caro passaggio, costituiscano un mondo tanto affascinante quanto sconosciuto. Cosa sappiamo noi della Carelia, della Livonia, della Curlandia, della Rutenia, o della Bucovina? Terre dove vivono popolazioni diverse, alle volte divise da frontiere politiche posticce, che oggi separano quello che separato culturalmente non è. Un mondo ricco di testimonianze mai lagnose di un passato da incubo, tra guerre e deportazioni, 
con un avvenire minacciato da mafie ed oligarchi, ma protetto da una ricchezza umana impressionante. La stessa ricchezza che ha colpito Rumiz.
 
Come nasce questo viaggio?
Quando è caduta la frontiera alle spalle della mia città, Trieste, mi sono sentito orfano. Una volta caduta la sbarra con la Slovenia è diminuito il desiderio di quel mondo perché era diventato tutto troppo facile e mi sono cercato un altro luogo da desiderare ed esplorare.
 
Utilizzare treno, bus, autostop avvicina di più alla gente, vero?
Se viaggi con un Suv difficilmente incontrerai il popolo, più facile che incontri briganti e rapinatori. Viaggiando così, mescolandoti con il popolo, fai incontri interessanti. Nel mezzo pubblico sono le persone che ti avvicinano, il fatto che tu occidentale scelga un mezzo popolare ti rende immediatamente simpatico. Ti chiedono perché viaggi con noi? Dove vai? Un mezzo di trasporto francescano facilita i rapporti umani.
 
Curiosità e rapporti umani facilitati dall’assenza di turisti?
Anche. Da Murmansk (nel nord della Russia) fino a Istanbul non ho quasi trovato turisti, men che meno italiani. Eppure è a quelle latitudini che il viaggio diventa davvero scoperta e incontro. Perché le agenzie dimenticano quelle terre dai nomi antichi? Sono luoghi assai meno pericolosi di Mali e Brasile: sono usciti dai circuiti per pigrizia mentale. Questa è la vera Mitteleuropa, non i caffé viennesi, in che senso? Il vero centro d’Europa è lì, tagliato in due da questa frontiera che non separa niente se non logiche di potenza. La civiltà è la stessa da tutti e due i lati: un impasto europeo di mondo slavo, tedesco e giudaico con un pizzico di latinità. Un posto speciale in cui mi sento a casa.
 
Il confine a Est della Ue è il nuovo limes dei nostri giorni?
È uno spostamento in là della Cortina di ferro con una differenza: mentre a quei tempi erano anche loro che mettevano ostacoli, oggi siamo noi e solo noi che mettiamo ostacoli al transito verso Ovest. Tra questi due mondi tu senti una differenza imposta dalla geopolitica.
 
Ovvero?
Quando ero in Occidente tutto si banalizzava, avevo meno appunti da prendere, riscontravo questo impasto tipicamente europeo di perbenismo cattolico e ossessione protestante del fare. A Oriente invece l’Europa si svela nei ritmi più lenti, antichi. Lo stesso mondo che amò Levi quando uscì da Auschwitz e si fermò in Bielorussia e Ucraina, sentendo la bellezza di quel mondo contadino, ospitale.
 

 
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