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La provocazione di un architetto: quando il moderno è funzionale, è meglio dell'antico

Mestre è più bella di Venezia?

di 
Luca Bonora
13 Settembre 2011

Venezia? "Un luogo malsano, scelto per disperazione e per necessità. Un esempio di città che non si deve fare: senza mezzi di trasporto, senza servizi igienici, senza discariche, senza una grande distribuzione commerciale, senza uno stadio, senza un barbiere o un calzolaio. Una città fatta solo di centro storico. Nessun nuovo abitante potrebbe vivere a Venezia se non è nato lì." Un luogo che una volta servì a sfuggire ai barbari, e ora sopporta altre invasioni: "turisti malvestiti, maleducati, spesso ignoranti, che tutto vedono meno quello che conta, che non capiscono nulla o molto poco di quelle epoche passate." "Vorrei invece decantare Mestre. L'unica città veneta veramente europea e non provinciale. Mestre è una città vera con l’aeroporto, le autostrade, il porto, le zone industriali e commerciali, il terziario avanzato, alberghi con parcheggi e grandi aree verdi."


 

Così scrive Alfonso Vesentini Argento, architetto e docente di architettura, che nel suo recente saggio L'architetto e il faraone edito per Orme (124 pagine, prezzo 15 euro) approfitta di un viaggio da Trieste a Napoli, dove è invitato a un convegno, per ripercorrere capolavori e brutture dell’Italia di oggi e di ieri. Colto, articolato, brillante, l’autore riflette, annota, si interroga sulle mille facce dell'Italia costruita e ricostruita, su come il concetto di bellezza in architettura non sia immutato e immutabile, anzi sia vincolato al luogo, al tempo, e ancor più, col passare del tempo, ai materiali e alla fruizione. Così, forse, i capannoni industriali che punteggiano l'Italia non sono  "brutti", perché assolvono la loro funzione. E così, forse, il suo non essere per abitanti ma per turisti (e per di più turisti colti, specie rara) fa di Venezia un luogo architettonicamente brutto.



La provocazione di Vesentini non è fine a se stessa e certo non è legata all'innegabile valore storico e artistico della Serenissima, ma alle nostre concezioni sul bello e ai luoghi comuni che vedono l'antico primeggiare sempre sul moderno. Quasi tutte le riflessioni del libro infatti sono rivolte a rompere schemi di buonismo storico e architettonico: è il tentativo di far capire che anche nel moderno c'è vera bellezza, laddove la bellezza oggi è funzionalità, pulizia, risparmio, efficienza, rispetto dell'ambiente. Pure, l'autore s'inchina davanti a Villa Adriana a Roma, scelta per la sua modernità. Colto e ironico, nelle sue riflessioni l'autore si chiede, pensando a chi lo legge): mi capirà? e soprattutto, mi perdonerà? Perché davanti a certe domande come: "Architetto, ma a lei piace quella roba moderna lì?" chi chiede non cerca risposte, ma assenso.

Una chicca che non possiamo riportare interamente (occuperebbe troppo spazio) riguarda il sogno di un giovane architetto. Appena laureato è chiamato a progettare nientemeno che il ponte di Rialto: le esigenze di committenti, amministratori, sponsor, vigili del fuoco, animalisti e chi più ne ha più ne metta trasformeranno il suo sogno in un incubo senza uscita. Una riflessione sul fatto che forse oggi costruire è molto più difficile. Anche perché, come esordisce nel decalogo che chiude il libro: "il nostro pianeta è fragile. Ogni gesto progettuale deve essere rispettoso della terra e della natura".