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Per capire il nostro Paese bisogna capire le sue ferrovie

L'Italia secondo Tim Parks, autore di "Coincidenze - Sui binari da Milano a Palermo"

di 
Tino Mantarro
18 Febbraio 2015
Prendere un treno in Italia, meglio se un regionale, significa aprirsi all’umanità così come è, senza fronzoli e sovrastrutture. Ed è un bell’aprirsi se questa umanità la si sa ascoltare e interrogare. Insegna questo “Coincidenze”, libro dello scrittore inglese Tim Parks edito da Bompiani (pag. 342, 19 €). Trapiantato in Italia da decenni, Parks ha dedicato a tutti quelli che amano leggere in treno. «Questo - racconta a Touring - non è un libro di storia e non è propriamente un libro di viaggi anche se parla di viaggi e di storia». È piuttosto un apologo delle ferrovie come chiave di interpretazione della società italiana. Un libro sui treni, ma soprattutto un libro sull’Italia.

Che cosa l’affascina di più delle ferrovie in Italia?

La ferrovia in Italia è una vasta organizzazione con tutte le caratteristiche che rendono affascinante e irritante la vita in Italia. È una continua lotta tra l’interesse pubblico e quello privato. Visto che le ferrovie sono state privatizzate per modo di dire, con lo Stato che rimane sempre lì a far da balia in società che sono divise solo sulla carta. È una situazione molto curiosa: non invidio il presidente di Trenitalia che non può neanche fissare i prezzi. Però le trovo affascinanti nel loro funzionamento, dalle macchinette per i biglietti all’atteggiamento del capotreno. Capirle bene vorrebbe dire capire l’Italia, e nessuno ci riesce.

Le ferrovie sono lo specchio delle nostre divisioni geografiche?
È interessante vedere il divario tra Nord e Sud rispecchiato nei convogli dei treni, e non solo delle ferrovie secondarie. In tanti posti al Sud fanno proprio schifo e spesso non ci sono. Ma poi quando anche ci sono la gente non li usa, preferisce la macchina. E questo è strano e contraddittorio: quasi la gente si vergognasse di prenderli quei treni, che in effetti non sono belli. Alle volte sembra che per qualcuno usare i mezzi pubblici sia un’offesa, un segno di povertà. E allora da inglese dico che non è solo colpa dello Stato, ma della gente. Questo apre la riflessione: la gente vuole davvero un servizio pubblico? Che idea ha dello Stato e della cosa pubblica? È difficile lamentarsi che il servizio è quello che è se comunque non lo usi.

Però è innegabile che le ferrovie abbiano avuto una funzione sociale...
Certo: i biglietti a basso prezzo hanno permesso a tutti un pendolarismo a volte esasperato per permettere a tutti di non recidere i legami con la propria città e la propria famiglia. E questo succede anche oggi con l’Alta velocità. Mi chiedo però che cosa succederebbe se si dovessero pagare i biglietti quel che costano realmente. Se i prezzi dovessero coprire i costi operativi e ammortizzare i costi di realizzazione la gente non viaggerebbe più come ora. E dovrebbe accettare che non vive più a casa, ma vive altrove e non può fare il pendolare lungo 500 chilometri per tre giorni a settimana. Oppure tutti dovrebbero avere stipendi alti che permettono di viaggiare come avviene in Inghilterra dove gli abbonamenti costano tantissimo. Sarebbe una rivoluzione epocale.

Impossibile, già ci si lamenta del rapporto qualità/prezzo...
L’Alta velocità non ha prezzi alti se si viaggia in seconda classe e si usa un po’ di furbizia. E poi il servizio sulle tratte principali è davvero ottimo, con treni di qualità. Certo, sui regionali è sempre un’esperienza e ringrazi sempre Dio di aver speso poco, però fornisce molto materiale per scrivere libri.