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Fino al 21 ottobre, in una rassegna al Museo di Storia Naturale di Milano

Le conchiglie che hanno fatto la storia della scienza

di 
Renato Scialpi
5 Ottobre 2012

Il nostro Paese non è ricco soltanto di capolavori artistici unici al mondo, ma custodisce anche uno straordinario patrimonio naturalistico e paesaggistico. Patrimonio che oggi ci consente - con 47 elementi - di essere in testa alla World Heritage List, l'elenco Unesco dei beni Patrimonio dell'umanità. E che nei secoli scorsi ha suscitato l’interesse degli scienziati europei, spesso ospiti della Penisola nell'ambito del classico Grand Tour. È il filo conduttore della mostra Le piccole conchiglie che crearono il tempo allestita fino al 21 ottobre al Museo di Storia Naturale di Milano.



In cinque grandi vetrine, attraverso conchiglie fossili e viventi, preziosi libri d'epoca – tra cui il raro Campi Phlegraei pubblicato dal diplomatico e vulcanologo inglese William Hamilton nel 1776 e Vana speculazione disingannata dal senso del naturalista e pittore siciliano Agostino Scilla (1670) –, documenti curiosi come la lettera autografa del 1867 del malacologo Andrea Aradas a Emilio Cornalia, direttore del Museo di storia naturale di Milano, per comunicargli la scoperta dell'elefante fossile e l'intenzione di dedicaglielo e corrispondenze scientifiche, la rassegna milanese ricostruisce il percorso seguito dallo studioso britannico Charles Lyell (1797-1875), padre della geologia moderna, nello sciogliere l'enigma della dimensione del tempo geologico.



La mostra accende i riflettori sull'influenza avuta dalle osservazioni
di fenomeni naturali (tra cui la subsidenza nel cosiddetto “tempio di Serapide" a Pozzuoli) e dagli studi dei fossili conservati nelle collezioni dei malacologi siciliani – svolti nel corso del suo viaggio in Italia del 1829 – nel consentire a Lyell di trarre conferma delle sue intuizioni sulla storia della Terra.


 


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