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Intervista all'autore di Passaggi (editore Exorma)

Le avventure in autostop di Paolo Pergola, scrittore giramondo

di 
Tino Mantarro
4 Giugno 2014
Pochi soldi e pochi vincoli. Tanta voglia di andare e altrettanta di conoscere luoghi e persone. Per riassumere la filosofia di chi fa autostop bastano poche parole. Oppure fare una chiacchierata con Paolo Pergola, biologo e scrittore, che ha iniziato a fare autostop quando aveva sedici anni e da allora non si è più fermato. Ha fatto autostop in qualunque parte del mondo, dal deserto di Atacama al Gobi, da Grenoble (dove la sue esperienza ebbe inizio) alla Finlandia; e grazie al pollice ha viaggiato in così tanti paesi che ha deciso di raccontare le sue avventure di autostoppista in «Passaggi», un libro edito da Exòrma (pag. 236, euro 15,90).
 
Ci racconti il tuo primo autostop?
Il primo autostop è stato verso i sedici anni. Mio padre mi aveva portato in viaggio a Grenoble, lui ci andava per lavoro, io mi ero aggregato. Siamo arrivati la sera, a una ventina di chilometri da Grenoble. La mattina dopo mio padre mi ha mollato laddove ci sarebbe dovuta essere una fermata di autobus. Ma non c’era nessun autobus, e allora mi sono messo a fare l’autostop per Grenoble, senza avere idea né su come né su dove lo dovevo fare. Ho aspettato parecchio, anche perché mi ero messo in un posto impossibile. Dopo tre o quattro ore d’attesa, ho visto una centoventisei ferma in lontananza. Ho pensato che avessero bisogno di aiuto, e così mi sono avvicinato per aiutarli. Invece si erano fermati per me e io non ci avevo capito nulla. Il resto lo racconto nel primo capitolo del libro.
 
Il viaggio più lungo che hai fatto grazie a un passaggio, dov'era? Chi ti ha preso?
Non saprei qual è stato il viaggio più lungo in termini di distanza. Un passaggio lungo può durare una giornata intera, che equivale a ottocento o anche mille chilometri. Pezzi così lunghi ne ho fatti diversi, ad esempio in Norvegia che è un paese molto lungo. Spesso mi è capitato di rimanere per diversi giorni con chi mi ha preso su. In Arizona, un signore che mi ha dato un passaggio a un posto di ristoro sull’autostrada, poi mi ha portato in giro per una settimana buona, e mi ha pure fatto fare un giro sul suo biplano. Bill si chiamava, me lo ricordo bene, come fosse ieri. Gli autostop migliori ti rimangono impressi nella memoria per sempre.
 
Il passaggio più strano che hai ricevuto?
Ne ho avuti di passaggi strani, nel bene e nel male. In “Passaggi” ho cercato di descrivere quelli più diversi che ho preso, lunghi o corti, buoni o meno buoni, ma comunque rappresentativi. Uno piuttosto singolare l’ho preso in Finlandia. Non parlo finlandese quindi non capivo bene cosa stava succedendo. Un signore coi baffoni mi ha preso su (insieme a un compagno di viaggio che avevo conosciuto da un paio di giorni), ma una volta partiti, il signore coi baffoni ha fatto un’inversione a U, portandoci nella direzione apposta a dove volevamo andare. Abbiamo creduto che ci avesse rapito. Invece no, non era proprio così, ma noi non lo sapevamo, eravamo sicuri che fosse una specie di rapimento e non c’era verso di comunicare con questo omone coi baffoni che continuava a andare nella direzione sbagliata.
 
Cosa ti piace di più del chiedere passaggi?
La libertà data dal senso dell’imprevisto che si assapora mentre aspetti il tuo passaggio, sapendo che, se tutto va bene, entro qualche minuto, a volte qualche ora, sarai lì a parlare con persone che non conoscevi e che non avresti mai conosciuto. E con cui spesso alla fine si può fare amicizia. La libertà è data dal fatto che sei tu solo col tuo zaino, per strada, non ti serve una macchina o un treno e dei soldi, basta l’aiuto di qualcuno che ti dà un passaggio e puoi arrivare dove vuoi. Inoltre, spesso capita di aspettare in luoghi molto belli, in cui non è un grosso problema rimanere per ore e ore. Questo è vero soprattutto nell’autostop di campagna, che è ben diverso da quello di città. Nell’autostop di campagna passano poche macchine, stai seduto all’ombra di un albero e guardi il paesaggio. Ogni tanto passa una macchina, ti prende, non ti prende, non ha molta importanza, tanto prima o poi qualcuno ti prende. Sembrerà strano, ma meno macchine passano, e più è facile che ti prendano su. Invece nell’autostop di città senti lo stress degli autisti, respiri smog, guardi il paesaggio urbano che non è cosi rilassante come quello di campagna.
 
C'è qualche ispirazione letteraria nel tuo scrivere (e fare) autostop?
Io ho iniziato a fare l’autostop per caso, diciamo. Non c’è stata un’ispirazione letteraria per farlo, in quel momento era un’esigenza. L’avevo visto fare a degli amici più grandi di me, e quindi li ho semplicemente imitati la prima volta che ho avuto bisogno di un passaggio. Dopo la prima esperienza, l’ho rifatto perché l’idea mi è piaciuta. In seguito, diverse letture tra cui Celine, Joseph Roth, Gianni Celati, non hanno fatto altro che aumentare la mia voglia di viaggiare in generale.
 
Sfatiamo un falso mito: è pericoloso fare autostop? Tu hai mai avuto paura?
Fare l’autostop è sicuramente più pericoloso che stare a casa a guardare la televisione, ma meno che paracadutarsi da un aereo. Diciamo che è un po’ come andare in macchina, solo che non guidi tu e quindi non hai il pieno controllo della situazione. Se poi però ti metti a lato della strada al buio, allora può diventare abbastanza pericoloso, se non altro perché le macchine non ti vedono. In genere ci sono delle semplici regole di buon senso da seguire per evitare pericoli. Io ho avuto solo un paio di esperienze non belle, ma non direi pericolose. Sicuramente una ragazza da sola, purtroppo, credo che potrebbe correre qualche rischio in più rispetto a uno o due ragazzi. Io ho avuto davvero paura solo poche volte. Una volta, per esempio, con un norvegese che andava a cento all’ora per le strade tortuose di Norvegia, forse mi voleva solo spaventare. E ci è riuscito benissimo.
 
Come è cambiato secondo te l'autostop in questi anni con l'avvento di servizi come il Carpooling?
L’autostop vero e proprio non è cambiato, è solo più raro. Le altre forme di trasporto, tipo quelle con cui ci si può mettere d’accordo attraverso siti web per farsi dare un passaggio, magari anche con un rimborso spesa, sono metodi interessanti di viaggio, ma dal mio punto di vista non sono autostop. L’autostop è diminuito per diversi motivi. Carpooling è uno di questi ma non il solo. Quando ho iniziato a fare l’autostop (fine anni ottanta), era già in declino in molte parti del mondo. Sicuramente è declinato prima negli Stati Uniti intorno alla fine degli anni settanta, da quello che so per esperienza indiretta, perché io sono andato negli Usa alla fine degli anni ottanta, quando non si faceva più l’autostop da un pezzo. In Europa ho visto la fine dell’autostop, perché mentre lo facevo io esisteva ancora ma stava scemando. Non si può dire l’anno preciso in cui è sparito, anche perché l’autostop non è completante finito né in Europa né negli Usa, ma diciamo che a partire dalla fine degli anni novanta, è molto raro sia in Europa che negli Usa, ma esiste ancora in diverse parti del mondo. I motivi possono essere diversi. A mio avviso hanno influito molto le nuove tecnologie e le nuove forme di trasporto. Oggi a viaggiare non si improvvisa più molto. Oltre a carpooling, ci si può rivolgere a siti tipo tripadvisor per sapere tutto sul luogo da visitare, si possono prenotare alberghi e ostelli online, oppure si può fare couch surfing che è una forma interessante di turismo (e conoscenza) presso gente che si contatta sulla rete, ma che non lascia molto all’improvvisazione. Inoltre per fare lunghe distanze negli ultimi anni conviene (dal punto di vista economico) affidarsi alle compagnie low cost, mentre una volta volare in Europa era molto costoso.
 
In quali Paesi gli autostoppisti vengono presi più facilmente? Secondo te perché?
Non è solo una questione di Paese, ma anche di luogo. In genere, come ho già detto, paradossalmente è più facile essere presi su quando passano poche macchine. Probabilmente gli autisti sanno che se non ti prendono su, potresti rimanere li un bel po’. Un altro tipo di luogo dove l’autostop funziona bene sono le isole. Si vede che la gente capisce che uno non viene necessariamente in macchina sull’isola, ed è comprensibile che chieda un passaggio. Poi nel deserto. Ho fatto l’autostop nel deserto di Atacama in Cile, nel deserto dell’Arizona, nel deserto del Gobi in Cina. Nel deserto, in tutti i casi vedi la prossima vettura in lontananza, che si avvicina, e anche loro vedono te, hanno tutto il tempo per decidere se ti vogliono dare un passaggio, oppure lasciare che tu ti prenda un colpo di sole. Per quanto riguarda i Paesi, in Europa mi è sempre andata meglio al nord che al sud. Nel mondo, per quello che ho visto io, funziona particolarmente bene in certi Paesi dell’America Latina, soprattutto in Cile. Il motivo esatto non lo so, ma penso che sia un problema culturale e storico. La gente che mi prende su in questi Paesi spesso ha a sua volta fatto l’autostop quando era più giovane.
 
Un consiglio per chi volesse intraprendere la «carriera» di autostoppista?
Se uno ha voglia di fare l’autostop, consiglio di iniziare dall’autostop di campagna. Prendi un treno o un pullman che ti porti in qualche cittadina remota dell’Italia centrale, magari in collina. Arrivato alla stazione, fatti un pezzo a piedi finché non arrivi al limitare del villaggio. Lì, tròvati uno spiazzo all’ombra di qualche pino o cipresso. Deve essere una zona ben visibile a chi arriva in macchina, in modo che l’autista abbia il tempo di decidere se prenderti su o no. Ricordati di portarti dietro cibo e acqua, potresti dover aspettare per delle ore. E non ti dimenticare una cartina dettagliata della zona, ma a volte non serve neanche, soprattutto se non ti interessa andare in un posto particolare. Meglio se ti fai portare dove ti portano loro, il resto viene da se.
 

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