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L'incredibile successo mediatico (e non solo) della cucina popolare

La rivincita del cibo di strada

di 
Tino Mantarro
4 Ottobre 2013

Chiosco. Baracchino. Stand. Lurido. Paninaro. Friggitoria. Lampredottaio. Sono tanti quanti i sapori i nomi diversi con cui si indicano i venditori di cibo di strada in Italia. Una volta erano riservati a studenti e operai, in cerca di cibo sostanzioso, saporito e soprattutto a buon prezzo. Oggi conoscono una rinascita, o forse meglio dire «una nuova attenzione», perché in realtà dalla strade non sono mai scomparsi. Solo che erano considerati il fratello povero del magnifico mondo della cucina, stellata o meno che fosse. Adesso invece le cose sono cambiate e tutti parlano, e mangiano, cibo di strada. Al punto che a Hong Kong sulla guida Michelin è finito Ho Hung kee, un piccolo ristorantino di ravioli dove con 5 dollari di Hong Kong mangi a sfinimento.



In Italia non siamo arrivati a tanto, anche se in alcuni ristoranti iniziano a servire versioni alleggerite di alcuni classici da battaglia, come il pane con la milza palermitano o il lampredotto fiorentino. Per il momento ci accontentiamo di parlarne in libri, trasmissioni televisive e festival. A Cesena questo fine settimana lo celebrano con la nuova edizione di Sapori e cibo di strada, che si inaugura oggi e va avanti fino a domenica. Organizzata da Slow food Cesena la manifestazione permette di trovare concentrati in una sola piazza stand gastronomici che altrimenti si dovrebbero inseguire in giro per l'Italia. Un po' come ha fatto Luca Iaccarino per compilare il suo “Cibo di strada” (Mondadori) una guida che raccoglie il meglio del cibo di strada italiano, con storie e indirizzi.



Sulla stessa lunghezza d'onda si sono sintonizzati anche in tv, dove negli ultimi mesi tra i mille programmi di cucina in cui cuochi più o meno crudeli e più o meno bravi dispensano ricette e altri consigli sono spuntati anche due programmi dedicati al cibo di strada. Street food heroes, su Italia 1, dove tre personaggi (lo chef Francesco Fichera, la foodblogger Laurel Evans e il critico enogastronomico Mauro Rosati) girano l'Italia per dare la caccia ai migliori spuntini da gustare on the road. E Unti e bisunti, sul satellitare Dmax, in cui un ex rugbysta diventato chef dopo un'esperienza in Nuova Zelanda, chef Rubio, gira l'Italia e sfida i vari “cuochi” a realizzare il miglior panino. E lo street food non è una passione solo italiana come testimoniano altri due volumi usciti in questi mesi dedicati al tema. Si tratta di Street food di Florisol Accursio e Giorgio Gabriel (edito da Terre di Mezzo), un ricettario che attraversa i cinque continenti con i consigli su come cucinare a casa tutte le leccornie – dalle somosa alla empanadas - che si possono mangiare su un marciapiede.



E del manuale  Street Food realizzato da Lonely Planet e tradotto da Edt. Una vera e proprio guida planetaria al cibo di strada, con fotografie, storie e ricette e una introduzione firmata da Carlin Petrini di Slow food. Insomma, il cibo di strada non è più sinonimo di pasto veloce e bisunto ma è diventato qualcosa di radicalmente diverso, ma pur sempre incredibilmente buono.