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La pizza napoletana candidata a diventare Patrimonio immateriale Unesco

La pizza? Un patrimonio universale

di 
Tino Mantarro
4 Marzo 2016
Buona è buona, la pizza napoletana. Non c’è nulla da dire. Sarà per il cordone alto e soffice che si accoppia alle pasta interna non troppo bassa ma mai davvero alta. E poi la mozzarella, quella vera, e non quel formaggio grossolano e bianco che usano altrove. E la qualità della salsa di pomodoro con l’aggiunta di una fogliolina di basilico, anche quella è notevole. Insomma, la pizza napoletana è davvero un’altra cosa: è forse la vera pizza italiana. Anche se ovviamente ovunque avranno da ridire anche su questa affermazione, del resto siamo il Paese delle identità plurali.
 
Sarà anche per stabilire una volta per tutte la primogenitura della pizza che adesso la commissione nazionale Unesco ha deciso di candidarla al titolo di Patrimonio culturale immateriale Unesco per il prossimo giro di nomine (2017). Il dossier di candidatura parla di “arte dei pizzaiuoli napoletani” e dice proprio così: l’arte dei pizzaiuoli, alla De Filippo. Un modo per riaffermare, nell’anno post Expo, l’importanza del made in Italy alimentare e per ricordare agli americani che no, la pizza non l’hanno inventata loro. Certo, che poi il più globale dei cibi sia anche un patrimonio da salvaguardare e valorizzare come ha affermato il ministro dell’agricoltura, Maurizio Martina, è discutibile. Ma almeno si riconosce una volta per tutte a livello mondiale l’origine di un piatto.
 
 
IL PATRIMONIO IMMATERIALE UNESCO
Del resto è abbastanza discutibile la lista dei Patrimoni culturali immateriali tutelati dall’Unesco. La lista è stata introdotta nel 2008 per riconoscere che il concetto di Patrimonio culturale nel tempo è cambiato e non si limita a monumenti o collezioni di oggetti, ma include anche le tradizioni e le espressioni vive della cultura ereditate dai nostri antenati e destinate a essere passate ai nostri figli. La definizione Unesco specifica le tradizioni orali, le pratiche sociali, le arti performative, le feste rituali, le conoscenze riguardo la natura e l’arte di produrre manufatti. A questo punto fare la vera pizza napoletana è paragonato a un’arte.
 
A oggi nella lista dei 348 c’è di tutto: dal tango argentino all’opera tibetana, dal Carnevale di Mòhacs in Ungheria alle danze folkloriche della Mongolia, il Biyelgee. Passando per la tradizione artigianale dei tappeti azeri, la danza dei coltelli peruviana e il fado portoghese. Quelli italiani già riconosciuti sono sei: la coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria; l’arte artigiana di produrre i violini a Cremona; l’opera dei pupi siciliani; la tradizione delle macchine a spalla utilizzate nelle processioni di Palmi, Sassari, Viterbo e Nola; il canto a tenore sardo e la dieta mediterranea, che è condivisione con altri Paesi dell’area, dalla Spagna alla Grecia.
 
Se la pizza dovesse riconosciuta come Patrimonio Unesco non sarebbe la prima pietanza a entrare nella lista. Nel 2014 è stata infatti inserito il Lavash, il pane tradizionale che è parte integrante della cultura armena. Mentre nel 2012 l’onore era toccato al kimchi, il piccantissimo cavolo fermentato che costituisce la base della cucina della Repubblica di Corea. E se sono patrimoni Unesco questi, allora forse il titolo se lo merita anche la pizza napoletana.