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La meno conosciuta delle vie che portano in Galizia nel racconto del nostro inviato

In cammino verso Santiago di Compostela, sulla Via de la Plata/6 - Da Salamanca a Zamora

di 
Fabrizio Ardito
21 Aprile 2016
Fabrizio Ardito, autore di numerose guide Touring, camminerà per 30-35 giorni sulla meno conosciuta delle vie che portano a Santiago di Compostela, la Via de la Plata. Per tutto aprile troverete su questo sito il racconto in diretta del suo viaggio. Seguiteci numerosi!

Introduzione - In cammino verso Santiago di Compostela, sulla Via de la Plata
Tappe 1 e 2 - Da Merida a Aljiucén, da Aljiucén a Alcuéscar
Tappe 3 e 4 - Da Alcuescar a Valdesalor, da Valdesalor a Casar de Caceres
Tappe 5, 6 e 7 - Da Casar de Caceres a Canaveral, da Canaveral a Riolobos, da Riolobos a Carcaboso
Tappe 8, 9 e 10 - Da Carcaboso all'Hostal Asturias, dall'Hostal Asturias a Baños de Montemayor, da Baños de Montemayor a Fuenterroble de Salvatierra
Tappe 11 e 12 - Da Fuenterroble de Salvatierra a Merille, da Merille a Salamanca
Tappe 13, 14  e 15 - Da Salamanca a El Cubo del Vino, da El Cubo del Vino a Villanueva de Campean, da Villanueva de Campean a Zamora
Tappe 16, 17 e 18 - Da Zamora a Montamarta, da Montamarta a Granja de Moreruela, da Granja de Moreruela a Benavente
Tappe 19, 20 e 21 - Da Benavente a Alija del Infantado, da Alija del Infantado a La Baneza, da La Baneza ad Astorga

Tappe 22, 23 e 24 - Da Astorga a Foncebadon, da Foncebadon a Molinaseca, da Molinaseca a Ponferrada
 
Mattina, ancora quasi buio. Dopo aver spalmato un piede dolorante con una gran dose di ibuprofene esco dalla Plaza Mayor di Salamanca seguendo le conchiglie di bronzo incastonate nella pavimentazione antica, diretto verso nord. E’ strano come si svegliano tardi le città spagnole: il grande mercato non dà segni di vita, per la via non c’è nessuno, perfino i giornalai sono sbarrati. Cammino seguendo con attenzione le frecce gialle che mi conducono fuori città già che, in caso di errore, non troverò mai qualcuno a cui chiedere.

IL CUBO DEL VINO
Poi la luce aumenta, mentre cammino sul marciapiede della statale 630 verso Calzada de Valdunciel, dove un bar mi accoglie per un caffè, che bevo osservando ammirato buona parte dei presenti che alterna un sorso di caffè a uno di brandy alle 9 del mattino. Oltre una aiola piena di resti di miliari, il cammino s’inoltra tra i campi coltivati a grano che hanno sostituito gli onnipresenti pascoli che ho attraversato negli ultimi giorni. Monotono, il percorso obbliga poi a una lunga deviazione verso la statale che permette di superare il solito fiume in piena, per poi depositarmi felicemente tra le poche case di El Cubo de la Tierra del Vino.



Questo paese dal nome curioso (gli intimi lo chiamano semplicemente El Cubo del Vino) offre due albergues, due bar e un negozietto che apre immancabilmente ogni giorno dalle 17 alle 18,30: cogli l’attimo. In più, l’allegro insediamento conserva una triste storia: celebre per i suoi vini di qualità, il povero Cubo venne colpito alla fine dell’800 dalla piaga della fillossera, che causò la distruzione di quasi tutti i suoi vigneti. E alcune delle cantine sotterranee vennero trasformate in case, dando al paesino un po’ l’aspetto di un borgo popolato di hobbit.




UNA GELIDA CAMERETTA
Tutti prevedono pioggia, ma per fortuna il diluvio ritarda, e così il giorno seguente riesco ad arrivare fino all’albergue di Villanueva de Campean prima che l’acqua inizi a invadere le strade di questo minuscolo paesino agricolo. Qui il bar è uno solo e l’albergue anche. E’ deserto, ma la barista mi invita ad entrare tranquillamente: l’hospitalera arriverà più tardi. Mi lavo, mangio qualcosa al bar ma, mentre cala la sera con un accompagnamento di pioggia e saette sono solo, in una gelida cameretta riscaldata da una stufetta elettrica, in attesa di qualche malcapitato che, prima di arrivare fin qui, ha avuto la sventura di camminare sotto l’ennesimo diluvio di questa assurda primavera castigliana.


 
Dopo la cena di ieri, con ben tre colleghi – due si sono stabiliti in una casa rural e uno mi fa compagnia nella mia stanzetta umida e ora un po’ più calda – la pioggia ha battuto contro i vetri per tutta la notte. E’ quindi ovvio che stamattina, per quanto piova abbastanza poco, quello che dovremo affrontare per 5 ore è un gigantesco pantano. Pian pianino, nella nostra ondeggiante versione castigliana del celebre spettacolo Holiday on Ice, ci spostiamo per affacciarci verso Zamora, che appare all’orizzonte, apparentemente vicina ma ancora ad almeno 3 ore di cammino.



Tra chiacchiere e imprecazioni (la nostra formazione odierna comprende Marie Louise, canadese, Bernard, parigino e Antonio di Siviglia) in varie lingue in caso di passi falsi in questa specie di mare di Nutella finalmente arriviamo a Zamora, dove attraversiamo sul Puente de Piedra il fiume Duero in piena eccezionale. Poi arriva il momento delle tapas e di una breve passeggiata in centro in attesa che lo splendido albergue de peregrinos ci apra le sue porte alle 15. E ci dia modo di entrare nel ciclo tipico dei moderni pellegrini: doccia-bucato-carta nelle scarpe-tè caldo e magari un pisolino. Per un’occhiata alla città ci sarà tempo, più tardi.
 
DE PEREGRINATIO MUSICALIS
Lo so, il mio latino è certamente sgrammaticato, ma mi sembrava un bel titolo per fare colpo sul lettore. In effetti, queste considerazioni sono per così dire generali, quindi le ho scritte in un paragrafo a sé stante. Ci sono due scuole di pensiero, tra i peregrinos. La prima è dei puri e duri, che sulla via ascoltano solo le voci della natura e cioè in questi giorni lo scrosciare della pioggia. La seconda, che mi vede concorde, suggerisce che ogni tanto un po’ di musichette possono aiutare a tenere su la media dei chilometri-ora. E questa mia teoria ha avuto giorni fa una conferma eclatante.

Entrando a Salamanca, dopo ore sotto la pioggia, ho deciso di fermarmi nel primo caffè aperto, per scaldarmi con qualcosa da bere. Mentre stavo finendo di inzaccherare per bene il pavimento con pantaloni zuppi, scarponi infangati e giacca sgocciolante, un altro malcapitato nel mio stesso stato si era affacciato alla porta del bar e si era ovviamente diretto verso il mio stesso tavolo. James, di Montreal, si era così presentato e avevamo trascorso insieme quasi un’ora, già che evidentemente nessuno di noi due aveva più voglia di camminare. Avendo visto un paio di auricolari che uscivano fuori da una busta di plastica (come i miei che facevano capolino da un sacchetto umido) gli avevo chiesto che musica avesse ascoltato durante l’uragano. E avevo così casualmente scoperto l’anima gemella.

Curiosamente, la sua musica era divisa in una serie di directory molto particolare: Pioggia, Solitudine, Amore, Allegria… Nella categoria pioggia James aveva raccolto molti degli stessi brani che anche io avevo con me, e tra un caffè e l’altro ci eravamo divertiti molto paragonando le nostre scelte. “Gimme Shelter” dei Rolling Stones (il canadese aveva però consigliato vivamente la versione con la clamorosa Lisa Fisher tratta da Shine a Light di Scorsese), “Who’ll Stop the Rain” di John Fogerty, ovviamente “Waitin’ on a Sunny Day” di Springsteen e “Shelter from the Storm” di Bob Dylan. Senza dimenticare “The Storm” della talentuosa Susan Tedeschi.

Poi, dopo aver dato un’occhiata alla categoria Amore – i titoli però non li scriverò perché sono riservati a una persona in particolare – ci eravamo rimessi in cammino per l’ultima oretta tra semafori e strisce pedonali verso la Plaza Mayor. Dopo esserci dati appuntamento per le otto di sera davanti all’Ayuntamiento. Lavato e asciugato, però, la sera ho aspettato quasi mezz’ora invano per il mio alter ego musicale canadese. Che non è apparso. Forse addormentato al calduccio. Forse tradito da un orologio zuppo. Forse solo un’apparizione, una suggestione come tante se ne incontrano lungo i cammini verso la lontana Galizia.    


 
INFORMAZIONI
Touring Club Italiano ha pubblicato tre volumi sul Cammino di Santiago:

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