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Lo scrittore William Dalrymple e le prospettive di un genere

Il futuro dei libri di viaggio

di 
Tino Mantarro
18 Luglio 2011

Lo storico e scrittore inglese William Dalrymple ha iniziato a scrivere libri di viaggio fin da giovane. To Xanadu (tradotto in italiano da Rizzoli con il titolo Il Milione, e al momento fuori catalogo),  era un avventuroso e documentato viaggio via terra da Cipro a Xanadu sulle orme di Marco Polo, ed era addirittura la sua tesi di laurea. Adesso, dopo anni in cui si è dedicato più alla storia che alla narrativa di viaggio, torna con un libro dedicato alla religiosità in India, Nove vite, appena tradotto da Adelphi.

 


In occasione della sua uscita inglese, in un lungo articolo uscito sulle pagine del Guardian, Dalrymple si era interrogato sul destino della narrativa di viaggio all’epoca di internet e del turismo di massa, chiedendosi se ci fosse ancora qualcuno davvero talentuoso che ancora si dedicava al genere. Per entrambe le domande la risposta era affermativa. Morti i campioni del genere (da Bruce Chatwin a Tiziano Terzani, da Rysard Kapuscinski a Norman Lewis) Darlymple trovava in un manipoli di giovani scrittori i degni continuatori del genere, che vanno a dare man forte a due ancora in attività come Colin Thubron e Pico Iyer.


 


Alcuni di questi nomi nuovi sono stati tradotti anche in italiano, come Seketu Mehta (Maximum City - Einaudi, un libro stupendo che racconta dal dentro la storia di Bombay), Pankay Mishra (Le tentazione dell'Occidente. India, Pakistan e dintorni: come essere moderni, edito anni fa da Guanda) e Christophe de Bellaigue’s, il cui libro sulla Turchia, Terra ribelle, viaggio tra i dimenticati della storia turca, è appena stato tradotto in italiano da Edt. Insomma, la narrativa di viaggio a detta di Dalrymple non se la passa poi così male. Per leggere (in originale) le sue riflessioni basta andare qui.