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Il nostro saluto commosso a Dario Fo, anima di Milano, voce di tutti

Il Dario in bicicletta

di 
Gino Cervi
13 Ottobre 2016
Gino Cervi, scrittore e giornalista, è autore di volumi di storia dello sport e curatore di guide turistiche (tra cui molte del Touring Club Italiano). Cultore di storia del ciclismo e di letteratura di viaggio, ci racconta storie di bicicletta, a partire dal Giro d'Italia 2016. 
 
Le immagini di Milano sono dell'Archivio del Touring Club Italiano
 
Mi ricordo che in famiglia si guardava Mistero Buffo alla TV, nella cucina affacciata sul grande cortile della fattoria. Era il '77, o giù di lì. La cosa mi suonava un po' strana. La mia era una famiglia cattolica devota e molto osservante. Come potevano sganasciarsi così di fronte a quel comunista mangiapreti? Al grammelot di Bonifacio VIII che minacciava di inchiodare ai portoni la lingua dei frati che avevano la brutta abitudine di parlare male dei signori? O al miracolo delle Nozze di Cana raccontate da un ubriaco? Era la forza del comico, del giullare. Che fa ridere tutti. Sarà un caso, ma in quegli anni la mia promettente carriera di chierichetto, lettore, suonatore di chitarra in chiesa, operatore cinematografico all'oratorio, addirittura catechista subì un irreversibile arresto.
 
Di Dario Fo, a dire il vero, avevo già sentito parlare in casa. La mia mamma, sarta e assidua ascoltatrice di radio, si ricordava, e mi raccontava, del monologo del Poer nano, una delle cose che ancora adesso mi fanno più ridere di lui. Sempre la mia mamma aveva una grande ammirazione per la Francarame, detto così, tutt'attaccato. “Come l'è bela la Francarame!”. La notizia della Francarame rapita, stuprata e picchiata dai neofascisti, nel 1973, arrivò come un pugno in casa. Era scandalosa, non se ne poteva parlare davanti a me che ero piccolo, ma me la ricordo la faccia della mia mamma, che era tutt'altro che una femminista.
 
Milano, in una foto dell'archivio TCI
 
Di Mistero buffo avevo imparato a memoria le sigle televisive. Ma che aspettate a batterci le mani... la canto ancora adesso quando voglio mettermi addosso un po' di allegria. Poi, grazie alla chitarra, ho imparato le canzoni. Quelle scritte con e per Jannacci mi hanno regalato per sempre frasi che mi capita di usare come segnalibri nella vita di tutti i giorni: Aveva un taxi nero (“Era una gomma ma più che una gomma un ricordo...”), Ho visto un re (“E povero anche il cavallo”), Vengo anch'io, no tu no (“Un bel mondo sol con l'odio ma sensa l'amore”), La luna è una lampadina (“Il 31 inteso come tram”).
 
Ma quelle che mi piacciono di più, tutte intere, sono due. La prima è Ohé sunt chì! Che mi fa piangere. Che è bella come una poesia del Tessa. Che dice che la bellezza di Milano, forse ancora adesso, sta nel suo aprire le braccia a chi vuole diventare milanese, a quelli «vegnì giò cun la pièna», un po' come me. Anche al «terùn / tegnì sü cume un fagot dal papà / cuntrapes 'na valis de cartun». Sì, poi, si sa che è tutto un casino. Anzi, un rebelot. «Una cità de fa rid. Un casòt.» Ma è questa la città che ho negli occhi. Vista dal tram. Aggrappato ai respingenti. Che era come volare su una giostra. «E l'ho vista dal tram. Tacà sul respingent. Come in giostra vulà». Dio, che bella! Ascoltatela dalla voce di Enzo Jannacci.
 
Milano, in una foto dell'Archivio TCI
 
La seconda mi piace perché c'è una bicicletta. Anzi, un ladro in bicicletta. Il Mario. Dario Fo ha scritto il testo, uno strepitoso racconto noir nel cuore di Milano, la Milano delle biciclette, dei tram, delle morose che si chiamano Lina – come quella della Luna è una lampadina – , delle società ciclistiche di periferia, ma con gli ingredienti dell'assurdo; ammazzare il questurino con una bomba Breda, rubare la bici da donna a un bambino, farsi sparare da qualcuno che ti insegue in tram, e in salita poi... a Milano: forse un cavalcavia. Il testo è questo qui, la musica, bellissima, di Fiorenzo Carpi, la voce, nel 1959, quella di Ornella Vanoni. 
 
Hanno ammazzato il Mario in bicicletta
gli hanno sparato dal tram che va all'Ortica
era in salita ma pedalava in fretta
poi l'han beccato e andava con fatica.

L'hanno beccato preciso sul cervello
ma ha fatto ancora qualche pedalata
poi è crollato come fa il vitello
quando gli danno l'ultima mazzata.

Fin da ragazzo correva in bicicletta
per l'“Amatori B Gallaratese"
con una Maino rubata con destrezza
a un corridore della "Pedal Monzese".

Non l'ho mai visto neppure al circo in pista
un tipo che facesse il furto al volo
faceva il salto a pesce sul ciclista
lui era in sella e l’altro steso al suolo.

Hanno ammazzato il Mario in bicicletta
in una sera che il cielo era arancione
lui stava andando da Lina che l'aspetta
e ha trovato un tale sul portone.

Era il questore che gliel'avea giurata
per colpa sua non ha l'avanzamento
ha pedinato la sua fidanzata
e l'ha beccato sull'appuntamento.

“Alt! Se ti muovi tu sei bell'e spacciato
la faccia al muro, mettiti in ginocchio!”
Il Mario sembra davvero rassegnato
ma fa una mossa e parte un grande scoppio.

Era lo scoppio di una bomba Breda
che ha fatto fuori l'ignaro questurino
poi con un salto è già sulla sua preda
la bicicletta da donna d'un bambino.

Hanno ammazzato il Mario in bicicletta
gli hanno sparato dal tram che va all'Ortica
era in salita ma pedalava in fretta
poi l'han beccato e andava con fatica.

L'hanno beccato preciso sul cervello
ma ha fatto ancora qualche pedalata
poi è crollato come fa il vitello
quando gli danno l'ultima mazzata. 
 
Tutte le volte che vedo una bici Maino o che, a Milano mi imbatto in “una sera che il cielo era arancione”, penso al Mario. E al Dario.