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Dagli Usa alla Cina, la bicicletta condivisa taglia traguardi sempre più clamorosi

Il bike sharing alla conquista del mondo

di 
Renato Scialpi
29 Gennaio 2013

Sono i campus universitari delle due coste degli Stati Uniti a contendersi la paternità del bike sharing, la bicicletta pubblica condivisa. In realtà, l'idea arriva dalla Gran Bretagna, dove sia Oxford sia Cambridge, le due cittadelle universitarie rivali, hanno fatto delle due ruote l'asse portante della mobilità. Ma il primo, autentico bike sharing con utenti registrati, in verità, è nato a Lione con Velo'V. Alla fine degli Anni Novanta, infatti, il piano di revisione dei trasporti pubblici fu imperniato su una tramvia nel ruolo di linea di forza, affiancata da una mobilità di prossimità fornita da rastrelliere per bicilette “pubbliche” in corrispondenza delle fermate.



Storia a parte, il bike sharing sta conoscendo un successo che va oltre le più rosee prospettive. Anche in angoli del mondo e metropoli dove non verrebbe immediato pensare a questo genere di modello di mobilità. Non stupisce infatti che il sistema più vasto al momento sia quello di Hangzhou – città cinese da 2,6 milioni di abitanti che forse un italiano su 100 sa collocare sulla carta geografica – che può vantare 61mila biciclette e oltre 2400 rastrelliere. Tutte ovviamente controllate da un sistema computerizzato: ma quanto a numeri e tecnologie la Cina da lungo tempo ha smesso di fare notizia.



Secondo posto nella classifica planetaria – e anche questa può essere una sorpresa – per Parigi, metropoli che nonostante la capillarità della rete metropolitana e una viabilità fin troppo “car oriented” si è scoperta una inestinguibile voglia di bicicletta. Ecco quindi che il sistema Vélib' conta già 1450 rastrelliere e mette a disposizione più di 20mila bici. E se si passa ai dati nazionali, è proprio la Francia a detenere il primato del numero città attrezzate col bike sharing (29), seguita da Spagna (25), Cina (19), Italia (19) e Germania (5), Una classifica che può sembrare paradossale, data la diffusione delle biciclette proprio in Germania e poi nei Paesi nordici, ma in realtà molto logica: lì la presenza di piste ciclabili, la disponibilità di rastrelliere e aree custodite ha infatti promosso da decenni la proprietà delle bici e il bike sharing pare quasi un sfizio da nerd.



Forse ancora più inaspettato il successo del bike sharing negli Usa, patria del car way of life. È notizia di questi giorni che Capital Bikeshare, il sistema in uso a Washington DC, ha addirittura vinto il titolo di migliore bike sharing del Paese attribuito dalla testata specializzata Bicycling. E i suoi promotori – con spirito tutto statunitense – si fanno vanto di essere un impresa privata che, pur con alcuni contributi pubblici, ha un suo business plan che le consentirà di espandersi nei prossimi anni a prescindere dagli introiti pubblicitari (in Europa tutti i sistemi vivono di sponsorizzazioni e vendita di spazi) e dalle eventuali erogazioni della municipalità.



Dopo aver segnalato che anche Melbourne ha visto nascere un bike sharing, vale la pena di segnalare che in Italia la regina del settore è proprio Milano, il cui servizio BikeMi è nato nel 2008 e può ormai contare su più di tremila bici (3.010 con 173 stazioni per la precisione). Anzi l'obiettivo dei prossimi mesi è di arrivare a superare 3.650 unità per le due ruote e le 200 rastrelliere per ciò che riguarda le stazioni di partenza, al momento concentrate nell'area più centrale della metropoli lombarda.