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Prosegue l'indagine sulle località incluse nella World Heritage List

I nuovi siti Unesco africani

di 
Stefano Brambilla
22 Luglio 2011

Dopo l’articolo di presentazione sui 26 siti dichiarati recentemente Patrimonio dell’Umanità, siamo andati a indagare sulle località africane insignite del prestigioso riconoscimento. E a sorpresa abbiamo scoperto che, per motivi diversi, alcune hanno anche un po’ d’Italia nella loro storia.



Prendiamo per esempio il forte Jesus di Mombasa, in Kenya. L’Unesco ha riconosciuto il suo eccezionale valore storico, dichiarando che si tratta di “uno degli esempi di fortificazioni militari portoghesi del Cinquecento meglio conservati al mondo” e nello stesso tempo “un caposaldo nella storia di questo tipo di costruzioni”. Un’opera-simbolo, insomma, che portò fin sulle coste dell’oceano Indiano gli ideali di proporzione e armonia geometrica tipici del Rinascimento italiano. Perché pochi sanno che l’architetto che lo progettò era un milanese. Nel 1593, quando venne iniziata la costruzione del forte, Giovanni Battista Cairati era già da un decennio l’architetto capo delle Indie orientali portoghesi: un enorme regno che andava dall’America all’Indonesia. Cairati, conosciuto in portoghese come Joao Baptista Cairato, costruì all’imbocco del porto di Mombasa una struttura semplice e imponente, con bastioni, fossato, torri e mura di corallo. E lo fece talmente bene che la struttura seppe resistere a ogni sorta di attacchi, arrivando praticamente integra fino ai giorni nostri.



Tutt’altro spessore ebbe un altro personaggio italiano, duecento anni più tardi. Giovanni Ferlini, bolognese, si arruolò attorno al 1820 nell’esercitò egiziano, prestando opera come chirurgo. Se si fosse limitato all’attività medica probabilmente non avrebbe causato danni rilevanti; ma purtroppo il buon Ferlini aveva la passione dell’archeologia, e così, mentre l’esercito stazionava nell’attuale Sudan, a Khartoum e a Sennar, il dottore andava in cerca di tesori da rivendere una volta tornato in Europa. Ferlini arrivò a Meroe, grande città della Nubia, capitale del regno di Kush all’epoca di Alessandro Magno e dell’impero romano, nel 1834: e non seppe resistere alla tentazione di distruggere decine di piramidi in cerca dei loro tesori. Esplosivi, e via: immaginatevi lo scempio. I “siti archeologici dell’isola di Meroe” oggi sono Patrimonio dell’Umanità, simbolo di un impero che spaziava dal Mediterraneo al cuore dell’Africa, e il sito “testimonia lo scambio tra arte, architetture, religioni e linguaggi di entrambe le regioni”. Ma certo senza Ferlini le piramidi dei “faraoni neri” avrebbero tutte ancora la loro cima...



Dal Sahara ci spostiamo in Senegal per un terzo sito africano appena dichiarato Patrimonio dell'Umanità, ancora meno noto dei precedenti. Il Delta del fiume Saloum, formato dai bracci di tre fiumi che sfociano nell’Atlantico, comprende un eccezionale ambiente formato da 200 isole e isolette, foreste di mangrovie, boschi e acque salmastre e fluviali. Qui l’uomo ha sempre vissuto in armonia con l’ambiente, pescando e raccogliendo molluschi; e nei secoli ha creato ben 218 accumuli di conchiglie, alcuni dei quali lunghi diverse centinaia di metri. Molti di questi sono stati utilizzati come siti di sepoltura e sono importanti per capire le diverse culture che si sono succedute nell’area. Un rapporto importante, quindi, quello tra l’uomo e il mollusco, sia per il sostentamento sia per la cultura materiale; peccato soltanto che il Cymbium, la conchiglia endemica che popola le acque basse e sabbiose dell’Africa occidentale, sia oggi in crisi per sovrasfruttamento da parte delle grandi flotte straniere. Ecco allora che entra in gioco in Italia: dal Piemonte, attraverso la fondazione Slow Food, è arrivata l’idea di affiancare alla pesca la raccolta e la trasformazione dei frutti del territorio. Il progetto ideato dalla fondazione nel delta del Saloum prevede di insegnare alle donne come stoccare i frutti (karkadè, ginger, tamarindo e altri), lavorarli, preparare gli estratti e le confetture: attività che le comunità locali si tramandano da generazioni per il consumo casalingo, ma che potrebbero essere messe in rete e poi proposte sul mercato locale. Una bella storia di cooperazione, dove l’Italia è protagonista.