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Haiti, prima e dopo

di 
Tino Mantarro
15 Giugno 2010

La sera del 12 gennaio Haiti ha ritrovato il suo posto sulle carte geografiche. Sono serviti un terremoto del settimo grado della scala Richter, 200mila morti e una capitale in framtumi. Allora, Haiti è diventata una notizia con cui aprire i telegiornali. Col dito si puntava la cartina, qualcuno diceva: “Ah, ecco: è l’altra metà di Santo Domingo. Ci sono stato, in un villaggio”. A Santo Domingo, chiaro. Così per qualche settimana Haiti si è trasformata in un luogo emotivamente vicino. Prima non era un bel posto. Era un inferno e non faceva notizia. Era semplicemente l’altra faccia dei Caraibi: niente cartoline, balli tropicali e moijitos. Piuttosto: povertà, violenza e squallore. Eppure, quando Haiti era un buco nella carta geografica c’era lo stesso qualche giornalista e qualche fotografo che si sono presi la briga di andare e vedere. Vedere e raccontare cos’era Haiti, la perla nera dei Caraibi, quando gli altri se ne erano dimenticati.


Moises Saman e Lucia Capuzzi probabilmente non si conoscono. Lui è nato in Perù, ma è cresciuto in Spagna. Fa il fotografo e preferibilmente racconta “sfighe”: luoghi che diventano copertina solo quando accade qualcosa. Lei è nata a Cagliari e lavora alla Rai di Torino. Fa la giornalista. Anche lei ha una certa predilezione nel raccontare le sfortune del mondo. Insomma, tutti e due se le vanno a cercare. E infatti tutti e due sono stati ad Haiti prima del 12 gennaio. Saman nel 2006 è andato a immortalare le elezioni presidenziali, l’ennesimo tentativo riuscito a metà di dare una classe politica dignitosa a un Paese perennemente instabile. Prima colonia al mondo ad avere l’indipendenza - era il 1791 e i rivoluzionari francesi ancora credevano nell’egalitè, libertè e fraternitè - Haiti negli ultimi 50 anni ha avuto una storia piuttosto travagliata. Prima ha avuto Duvalier padre - ovvero il dittatore Papa doc - poi suo figlio. Jean-Claude - il terribile Baby doc. Poi, dal 1986, presidenti eletti democraticamente che finivano per tenersi il potere all’infinito, come Jean-Bertrand Aristide. Lucia nell’estate del 2009 è stata a Port-au-Prince per raccontare il lavoro di una manciata di ong che da qualche anno operano nelle bidonville della capitale. Dopo il terremoto Saman è tornato per vedere quel che è rimasto di Haiti. Mentre Lucia ha tessuto la tela dei coperanti rimasti sull’isola è ha raccolto le loro storie. Le loro, ma soprattutto quelle degli haitiani cui ora è rimasta, forse, solo la speranza.


Queste testimonianze sono diventate una mostra - The Melancholy of shadows, organizzata da Daria Bonera presso lo spazio Tadini di Milano (ma poi andrà anche a Roma) - e un libro: Haiti, Il silenzio infranto. L’ideale sarebbe andare alla mostra dopo aver letto il libro. Ma forse si può anche leggere il libro come approfondimento alla mostra. O magari usarlo come catalogo. Sia come sia, prima serve guardare una carta geografica. E vedere dov’è Haiti, l’altra faccia dei Caraibi.



Info:

Moises Saman, The Melancholy of shadows.

Da martedì a sabato, orario 15.30-19.00, presso Spazio Tadini, tel. 366.4584532; qui.


Lucia Capuzzi, Haiti. Il silenzio infranto. Marietti 1820, pag. 168, euro 13.