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Può funzionare un ministero unico? E con quali prospettive?

Governo, i Beni Culturali insieme al Turismo: un intervento di Vittorio Emiliani

di 
Vittorio Emiliani
30 Aprile 2013

È interessante che il neoministro Massimo Bray debba gestire in modo coordinato Beni, Attività culturali e Turismo. Occorre però chiarire un dato di fondo: centri storici, musei, siti archeologici, chiese, biblioteche e archivi antichi, il paesaggio in generale, posseggono un valore “in sé e per sé”, non perché producono profitti. Essi costituiscono, è vero, un motivo essenziale di attrazione per milioni di stranieri che praticano il “turismo culturale”. Che però è una (importantissima) attività “indotta”. Se infatti quei beni irriproducibili li lasciamo distruggere, sfregiare, imbruttire, involgarire, anche l’indotto turistico ne risente pesantemente. Nel monitoraggio delle grandi agenzie siamo ancora al 1°-2° posto per le città d’arte, ma siamo stati retrocessi per la natura e per le spiagge. Bisogna assolutamente redigere e approvare i piani paesaggistici Stato-Regioni prescritti dal Codice Urbani/Rutelli.


Purtroppo la macchina dei Beni Culturali (da guidare, come il turismo, con le Regioni) è stata decisamente scassata negli anni passati e si presenta quasi senza olio e benzina, con le gomme consunte. Ma con a bordo ben 25 direttori generali, più il Segretario generale, mentre i soprintendenti e gli ispettori che fanno la vera tutela, che gestiscono musei e aree archeologiche sono stati indeboliti e…restano a piedi. Se un direttore generale percepisce 166.688 euro lordi l’anno, il soprintendente territoriale si ferma a 78.999 e il responsabile di un grande museo a 35.000 appena. Ed è la rete territoriale che conta, che va rafforzata.


Poi c’è l’impoverimento dei tecnici: gli archeologi statali risultano ridotti a 343 a fronte di oltre 2000 siti e musei archeologici (di cui oltre 700 statali), architetti a 487 per una montagna di pratiche di vincolo, di autorizzazioni urbanistiche ed edilizie, di condoni, ecc. per cui ne dovrebbero sbrigare 4-5 al giorno (addirittura 79 a Milano), storici dell’arte a 453 per oltre 460 musei statali, più la vigilanza su una marea di chiese, palazzi, ville, ecc. Qualche bello spirito vorrebbe “accorpare” i nostri musei oppure “valutarli” in base ai loro incassi e non invece alla qualità delle opere esposte. Bisogna puntare sulla valorizzazione dell’intera rete, ovunque.


C’è allora chi vuole immettere più privati nelle gestioni pubbliche. Se i privati entrano per mettere soldi – come negli Usa – nulla osta. Ma se entrano con l’idea di fare dei profitti, non va bene. Con essi vanno attivati rapporti più chiari ed efficaci. Anzitutto con le Fondazioni bancarie, che hanno soldi e sovente li disperdono in tanti rivoli oppure nel “mostrificio”. Un saldo raccordo va ripristinato coi privati proprietari di dimore, ville e giardini storici recuperando lo spirito della legge n. 510/82 che tanti investimenti mobilitò. Esso va rafforzato con gli aspiranti sponsor e/o mecenati. Norme chiare, incentivi e ritorni certi. Inoltre c’è da affrontare la questione del formazione dei residui passivi, la lentezza degli appalti, l’utilizzo dei fondi UE.


Certo devono anche essere restituiti finanziamenti al MiBAC, precipitato dallo 0,39 % del bilancio statale (2000) allo 0,20 % di quest’anno. Un suicidio per la cultura. Lo spettacolo dal vivo sta deperendo sempre più. La prosa, che registrava 14,3 milioni di paganti, taglia spettacoli e repliche, anche perché i Comuni, proprietari dei teatri e promotori dei circuiti con le Regioni, non possono pagare. Il cinema boccheggia da anni e tende a sparire dal al botteghino. Le Fondazioni musicali versano pure in angosciose difficoltà, a cominciare dal Maggio Musicale. Il balletto rischia addirittura di scomparire. Nei teatri pubblici però vi sono vecchi e oggi inammissibili privilegi corporativi, accordi integrativi insostenibili (l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, una delle migliori, costa un 25% in meno delle orchestre degli ex Enti lirici). Inoltre c’è troppa burocrazia rispetto ai tecnici di scena e alle masse artistiche.anche con più fondi, non c’è futuro.


C’è un turismo di cui poco si parla e che invece si è grandemente sviluppato ed è quello naturalistico. Milioni di italiani e di stranieri visitano i nostri Parchi Nazionali, le Oasi e le Riserve naturali dando luogo anche ad un’economia “indotta” importante. Ma i fondi ai Parchi sono tagliati in modo assurdamente feroce. I loro vertici vengono nominati privilegiando candidature locali, troppo vicine a interessi corporativi e/o localistici. Anche per questo straordinario patrimonio occorre una strategia di alto profilo.