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L’Occitania, il colle dell’Agnello, Torino: il rito dell’attesa e un finale da brividi

Giro d’Italia 2016: ultimo atto ed epilogo

di 
Gino Cervi
30 Maggio 2016
Gino Cervi, scrittore e giornalista, è autore di volumi di storia dello sport e curatore di guide turistiche (tra cui molte del Touring Club Italiano). Cultore di storia del ciclismo e di letteratura di viaggio, ci racconta storie di bicicletta, a partire dal Giro d'Italia 2016
 
Quanta strada ha fatto Nibali? Quasi tremila e quattrocento chilometri per vincere questo Giro d'Italia e 52 secondi per arrivare prima di Esteban Chaves, il secondo in classifica. Vuol dire che uno fa tremila chilometri e l'altro, più o meno, arriva a 500 m di distanza. Mezzo chilometro di differenza.
 
Un momento, un attimo. Il tempo di distrarsi e cadere in discesa. Come Kruijswijk qualche curva sotto il colle dell'Agnello, finito irrimediabilmente per terra per una traiettoria sbagliata di un palmo, le ruote che sbandano e lo chiamano per nome prima di vederlo capottarsi nella neve. Un salto mortale in avanti. La bici quasi fuori uso, un gomito insanguinato e una costola incrinata. Eppure, subito in sella, ancora in discesa, tra le nuvole che si sfilacciavano al sole delle valli occitane.
 
VITTORIE E SCONFITTE, LA LEGGE DELLO SPORT
Quanta strada ha fatto Nibali? Dalle gambe che non giravano sulle Dolomiti? La zavorra dell'Alpe di Siusi, la fiacca sulla salita di Andalo? Ci ha messo un paio di tappe di pianura. E poi il coraggio di riprovarci. Che non si è mai morti, per chi sceglie di faticare sui pedali. Che la strada concede sempre a chi non molla un'altra possibilità. Che c'è da spiegare a chi è lì a far girare le parole, spesso a vuoto, che non esiste solo la vittoria nello sport, ma anche la sconfitta. E che le due cose non possono fare a meno una dell'altra. Altrimenti non sarebbe sport. E che sono così simili che si confondono. Questione di poco. Centimetri, istanti.
 
Vincenzo Nibali affondato nel de profundis dei suoi cinque minuti di distacco conosce la legge dello sport, vittoria e sconfitta. Sa che dall'una nasce l'altra, e viceversa. Forse, più di altri, lo sanno tutti i ciclisti che fanno della bicicletta il proprio lavoro, la propria vita. Non c'è vittoria senza sconfitta. Lo sa Kruijswijk che ha il nome di uno pneumatico che scivola in curva sul brecciolino ghiacciato. Lo sa il piccolo Chaves che si veste di rosa nel giorno in cui capisce di non averne più. E sorride lo stesso perché sa di averci provato fino in fondo.
 
Lo sa Nibali che porta addosso il suo orgoglio di campione in groppa al drago, dai suoi Peloritani, che abbracciano in un sol sguardo Tirreno e Jonio, passando per la materna Toscana che lo ha nutrito di bicicletta, fino alle valli occitane che lo ora salutano vincitore allo sventolare della Croce di Tolosa e al suono di Se chanto, l'inno occitano: Baissatz-vos montanhas, / Planas levatz-vo / Perquè pòsque veire / Mes amors ont son: “Abbassatevi montagne, alzatevi pianure, che io possa vedere / dove stanno i miei amori.” 
 
 
IL RITO DELL'ATTESA SULLE MONTAGNE
Quanta strada ho fatto in questi due giorni al Giro, io insieme a mio figlio Pepe? La salita al colle dell'Agnello, risalendo la valle Varaita, il Monviso a far da guardia alla nostra destra, le foreste di Alevé, l'elvou occitano, il pino cembro che lascia il posto all'erica e alla roccia. Il sole che scompare sotto una danzante coperta di nubi. Il freddo dell'attesa e poi eccoli comparire, drappelli sparuti, sui tornanti.
 
L'attesa, appunto. Attesa di ore, magari di giorni per chi si è accampato sul pendio fin dalla sera prima pur di conquistarsi il tornante migliore, quello dal quale si può scorgere come in vedetta l’avvicinarsi dei protagonisti, e poi il loro passaggio che quasi puoi sentirne lo sforzo fisico e mentale. Pochi, intensi secondi. Come in ogni rito che si rispetti, l’evento culmine accade in un tempo infinitamente piccolo rispetto alla lunga, liturgica preparazione.
 
 
L’EMOZIONE DEL GIRO NON SI DIMENTICA
E poi, il giorno dopo, quindici chilometri a piedi, in salita, e quindi al ritorno, in discesa. Sant'Anna di Vinadio, che a oltre 2000 m di quota è il più alto santuario d'Europa, sabato pomeriggio era uno stadio. Fin dal mattino lungo la strada e l'antico sentiero che da Vinadio, in valle Stura, sale per il vallone di Sant'Anna fino ai piedi del colle della Lombarda, c'era una lunga processione di pedalanti e camminanti. Mille metri di dislivello, anche in questo caso una lunga preparazione per assistere a un rito breve, a un passaggio di pochi secondi.
 
Due giorni al seguito del Giro. Come un pellegrino. Alla ricerca di un attesa, di un rito. Insieme a Pepe, perché le passioni si trasmettono senza bisogno di un notaio. La nostra privata Macondo, in questo Giro d'Italia che ha visto alla fine tre colombiani nei primi nove della classifica generali, io e mio figlio ce la siamo costruita guardando i numeri dei corridori e chiamandoli per nome. Così che un giorno, chissà quando, possa riaffiorare il ricordo “di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il Giro”.