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Federalismo demaniale, associazioni a confronto

di 
Tino Mantarro
8 Luglio 2010

Sono passati decenni da quando Raymond Carver si chiedeva di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Forse meno poetico, di certo più pragmatico il Touring oggi si chiede di cosa parliamo quando parliamo di federalismo demaniale. Ovvero, cosa prevede realmente il decreto legislativo licenziato dal Consiglio dei ministri nella riunione del 20 maggio che disciplina il trasferimento dei beni demaniali dallo Stato centrale alle sue amministrazioni locali. Quali sono i rischi, quali i vantaggi? Quali e quanti sono i beni realmente interessati? Cosa possono fare le associazioni per tutelare e valorizzare un patrimonio fatto di centinaia di palazzi, ma anche ettari di terreni incolti e chilometri di spiagge, che molti temono essere prossimo alla svendita?


È per rispondere a queste domande che oggi pomeriggio il Touring Club Italiano ha chiamato a raccolta le associazioni che in Italia si occupano di difendere e valorizzare il patrimonio culturale e ambientale. Rappresentanti del CaiFai, Italia Nostra, Legambiente e Wwf si sono riuniti nella sala del consiglio di Corso Italia per confrontare idee e visioni sul federalismo demaniale. Padroni di casa il neopresidente Franco Iseppi e il direttore generale, Fabrizio Galeotti, che hanno rispettivamente introdotto e concluso i lavori coordinati da Massimiliano Vavassori, direttore del centro studi Tci.


Ne è venuto fuori un incontro intenso, in cui sono emersi diversi punti di contatto e una visione sostanzialmente comune tra le diverse associazioni presenti. Parlarsi è stato il modo corretto per avviare un confronto e provare a iniziare un percorso condiviso per vigilare sui possibili esiti del trasferimento di beni tra organi dello Stato che prende il nome di federalismo demaniale. Trasferimento che per molti fa rima con alienazione, ma che potrebbe anche diventare un’opportunità. Purché il passaggio di titolarità non si riduca a una mera svendita dei beni dello Stato, ma piuttosto si traduca in una messa a valore sociale e non solo economica del patrimonio nazionale.


Per iniziare a valutare e poter fare proposte concrete, tuttavia occorre prima capire quali immobili e quali terreni, aldilà delle ricostruzioni giornalistiche di questi giorni, potrà effettivamente passare di mano. La lista definitiva deve essere stilata dal Demanio entro 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto, ma una prima lista parziale ed emendabile dai diversi Ministeri cui appartengono i beni, sarà stilata entro il 24 settembre. Di certo si sa già che verranno interessati dal decreto i beni del demanio marittimo, che passano alle Regioni, e quelli del demanio idrico, che sono trasferiti in parte alle Regioni e in parte alle Province.


Visto l’iter complesso e la sostanziale incertezza sui quale sarà il patrimonio interessato la proposta che è emersa dall’incontro dunque è quella di formare un coordinamento delle associazioni per monitorare gli ulteriori sviluppi del federalismo demaniale. Un gruppo che sia impegnato, grazie alle forza numerica dei propri soci e all’autorevolezza di cui godono nella società, a seguire da vicino e senza preconcetti ideologici l’evolversi del tema, sia a livello nazionale che a livello locale. In modo da poter intraprendere un percorso comune e vigilare affinché non solo il patrimonio culturale italiano non venga svenduto, ma venga valorizzato. Tutelando quel che c’è da tutelare, utilizzando quel che serve alle comunità per scopi sociali e ricreativi e vendendo quello che non può trovare un utilizzo socialmente rilevante. Un percorso comune tra associazioni complementari, perché bisogna dar ragione a un proverbio Tuareg che recita: “da soli si va più veloce, insieme si va più lontano”.