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Dopo la morte di 16 portatori nepalesi, crescono le minacce di un boicottaggio che cancellerebbe le ascensioni 2014

Everest, sherpa in rivolta

di 
Tino Mantarro
24 Aprile 2014

Karl Marx sarebbe contento: la lotta per i diritti dei lavoratori arriva fino alle vette Himalaiyane. E' di questi giorni la notizia che gli sherpa, i portatori nepalesi che lavorano nelle spedizioni di alta montagna, sono decisi a scioperare e boicottare la stagione 2014 di ascensioni all'Everest, 8.848 metri la vetta più alta e più ambita dagli scalatori di tutto il mondo.

Dopo l'incidente del 18 aprile scorso, quando a seguito di una valanga a quota 6mila hanno perso la vita almeno 16 portatori che stavano allestendo il percorso per le salite dei turisti stranieri sul versante nepalese dell'Everest, gli sherpa hanno deciso di dire basta. Se il governo di Kathmandu non accetterà le loro richieste scenderanno a valle e la lucrosa (il governo nepalese incassa 2,2 milioni di euro solo in permessi di risalita) stagione delle ascensioni sul tetto del mondo salterà. Gli sherpa -  nome che in realtà indica una precisa etnia nepalese di poco più di 100mila persone ma che per estensione oggi si usa per tutti i portatori, quale che sia la loro origine - chiedono migliori condizioni economiche e più sicurezza. E soprattutto chiedono maggiori coperture assicurative nell'eventualità, non remota, che qualcosa accada durante le sempre più numerose scalate: 21mila dollari di risarcimento contro i 10.300 in caso di incidente mortale, e un fondo infortuni più sostanzioso, da finanziarsi con i proventi delle tasse per i permessi di risalita riscosse dal governo, che da quest'anno sono scesa a 11mila dollari a testa contro i 25mila del 2013.

La valanga del 18 aprile è stata il più grave incidente nella storia delle scalate all'Everest, iniziate nel 1921 con una spedizione britannica. Un percorso che  ha un tasso di mortalità altissimo. Dal 1996 a oggi - scrive Jon Krakauer sul New Yorker - sono morte 104 persone in 6241 ascensioni, ovvero una ogni sessanta tentativi. Molti meno - in termine statistici - rispetto a quante ne fossero morte nei precedenti 75 anni in cui erano morti 144 persone in 630 spedizioni, ovvero una ogni quattro tentativi di scalata.

Ma quelli erano altri tempi: la salita all'Everest era ancora un'esperienza per pochi eroici uomini di montagna. Oggi molto spesso è diventata un'avventura per ricchi turisti neanche tanto esperti. Merito delle tecnologia e, ovvio, dei soldi. Un'ascesa può costare fino a 100mila dollari a testa, tra tasse di scalata e spese per la spedizione che comprendono gli stipendi per gli sherpa, le guide occidentali e le attrezzature, tra cui ovviamente l'ossigeno, oggi è disponibile in grandi quantità nei campi base a tutte le quote.

Una rivoluzione che ha reso l'Everest più accessibile, ma non meno estremo. In un'intervista rilasciata anni fa al quotidiano inglese Guardian  Reinhold Messner - pioniere delle salite senza ossigeno sugli 8mila - criticava duramente la piega che stanno perdendo le ascese sul tetto del mondo. «L'alpinismo di alta quota è diventato turismo e show. Questi viaggi commerciali all'Everest sono comunque pericolosi. Anche se le guide e gli organizzatori dicono ai loro clienti: "Non preoccupatevi, è tutto organizzato". La rotta è preparata da centinaia di sherpa. Ossigeno extra è disponibile in tutti i campi. Ci sono persone che ti cucinano e preparano il letto. Ma i rischi ci sono lo stesso. Quando ci sono così tante persone su una montagna è la natura umana che ti fa pensare che allora non ci siano pericoli».

Da quando la cima dell'Everest è stata raggiunta per la prima volta nel 1953, più di 4000 persone l’hanno scalata negli anni successivi. I peggiori incidenti si verificarono nel 1996 e nel 2006, quando sul monte morirono rispettivamente 15 e 12 persone. Ma l'incidente della settimana scorsa oltre a mettere in discussione la stagione che sta per aprirsi (la maggioranza delle scalate "turistiche" agli 8mila avvengono a maggio, quando una finestra di tempo quasi sereno permette di affrontare la scesa con relativamente meno rischi) apre anche una discussione sul ruolo, fondamentale, degli sherpa e sui rischi crescenti cui sono sottoposti con l'aumentare del turismo d'alta quota. Più persone sulle vie di risalita vuol dire più rischi per tutti, soprattutto per chi come gli sherpa deve moltiplicare i viaggi per attrezzare campi e vie, oltre che portare su e giù gli zaini con il materiale (in media 35 chili a testa) al posto degli scalatori occidentali. Rischi che sono relativamente ben retribuiti: il Pil procapite in Nepal è circa 600 dollari a testa, mentre uno sherpa nei tre mesi primaverili arriva a guadagnare tra i 3 e i 5mila dollari, più eventuali premi per il raggiungimento della vetta e le mance. Ma rischi che i proletari d'alta quota vorrebbero valesse davvero la pena di compiere.