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Il minibus Volkswagen Transporter è il capostipite dei camper di oggi

Breve storia del Bulli, un mito su ruote

di 
Renato Scialpi
14 Marzo 2017

La nostra notizia sul "ritorno del Bulli" di un mese fa - leggibile a questo link - ha avuto uno straordinario seguito: segno che certi miti non si dimenticano mai. Torniamo sull'argomento raccontandovi qualche dettaglio in più sulla storia del Bulli, l'antenato del camper. 

Tutta colpa di Ben Pon, importatore olandese del Maggiolino Volkswagen. Nel corso di una visita allo stabilimento Volkswagen di Wolfsburg, nell’aprile del 1947, si imbattè nel Plattenwagen, un carrello semovente che il personale dell’impianto aveva costruito per uso interno “decapitando” un Maggiolino scartato dalla produzione. Affascinato dall’idea di associare la robustezza meccanica di un’auto che era già leggendaria alla versatilità di un mezzo più capace, Ben Pon provò a schizzare su un foglio le forme del futuro Transporter. L’idea piacque ai vertici di Volkswagen e nel giro di un anno già erano in test i prototipi del Bulli, il mezzo che ha tenuto a battesimo il concetto stesso di camper.
Una pagina pubblicitaria del minibus Volkswagen per gli Usa.

Un modello T2 prodotto localmente su una spiaggia del Brasile.
 
PERCHÉ BULLI?
Per i britannici si chiama VW Panelvan, negli Usa è noto come VW Bus, in Sudafrica come Campervan e in Brasile come Kombi. In Italia lo si è sempre chiamato minibus Volkswagen oppure Westfalia, dal nome del costruttore dell’allestimento camper. Tanti nomi? Sì perché oltre che in Germania, in un mondo che non conosceva ancora il concetto di globalizzazione, a partire dai primi anni Sessanta il Transporter T1 (poi T2 col parabrezza in pezzo unico e i vetri delle porte discendenti) è stato prodotto pure in Brasile, Perù, Sudafrica, Thailandia, Pakistan e Turchia per un totale – almeno per quel che riguarda le prime serie T1-T2 (oggi siamo al T6) su meccanica Maggiolino – di oltre 10 milioni di esemplari. Perché poi stia rinascendo in avveniristici prototipi elettrici a guida autonoma col nome di Bulli è presto spiegato: nel mondo di lingua tedesca “Bulli” è sempre stato il suo nome, contrazione di BUs e LIeferwagen (furgone).

Rintracciata in Sudafrica, una tipica interpretazione hippy del minibus Volkswagen.

UN MITO TENUTO A BATTESIMO DAGLI HIPPY
Il paradosso, poi, è che a proiettare il minibus Volkswagen sul palcoscenico delle icone a quattro ruote non sia stata la versione camper originale. Certo, l'allestimento Campingbus del T1 rappresenta una pietra miliare nella storia del plein air visto che si è trattato del primo mezzo di serie venduto dai concessionari ufficiali e non frutto di adattamenti artigianali. Ma il prezzo elevato ne scoraggiò la diffusione, anche se oggi le star della tv se li contendono all’asta, perfettamente restaurati; un modello del 1963 tre anni fa a Las Vegas è stato battuto a 198mila dollari.

Il successo autentico, e la consacrazione come icona, giunse col movimento hippy: a fine anni Sessanta migliaia di Bulli di terza mano, riverniciati a colori vivaci e trasformati in camper con grande inventiva, divennero rapidamente il manifesto di un nuovo stile di vita in libertà. Ovviamente a quattro ruote.

Un Bulli T1 in versione Campingbus; l'archetipo del camper.
 
60 ANNI DOPO
Cessata la produzione del Bulli in Brasile a dicembre 2013 (nel resto del mondo si era passati a nuovi modelli con carrozzerie più moderne e trazione anteriore), la passione per il minibus Volkswagen non è minimamente calata.

Basta una ricerca in rete per scoprire che c’è chi dal 2013 sta usandolo per attraversare tutto il continente americano dal Brasile all’Alaska (kombilife.com) e chi invece pubblica un vero e proprio videotutorial su restauro e trasformazione di un Panelvan del 1955 (video Youtube).
 
Da minibus a limousine per matrimoni: la proposta di un'agenzia napoletana su base Bulli.
 
Follie made in Usa: un T2 formato limousine, frutto della cucitura di più carrozzerie.

Mansarda XXXL per questo Panelvan T2 britannico. Per campeggiatori doc.