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Il reportage di Sekethu Metha dà voce alla metropoli indiana, città degli eccessi

Parole in viaggio. Ritratto di Mumbai

di 
Tino Mantarro
4 Febbraio 2015
È una città di eccessi, Mumbai. Eccesso di soldi, di violenza, di sesso, di malavita, di opportunità, di speranze e disperazioni: c'è tutto e tutto è sovrabbondante. Troppo calore durante l'anno intero, troppa acqua durante la stagione delle piogge.
 
Mumbai è un pozzo sovrabbondante di storie e di vita, e non potrebbe essere altrimenti. Con 14 milioni di abitanti stretti in 440 chilometri quadrati, l'eccesso di persone è il motore di tutti gli altri eccessi. In una città così la solitudine è un lusso. A Mumbai si viene per arricchirsi, per sfondare nel mondo di Bollywood, per fuggire dalla polverosa povertà delle campagne, per respirare l'aria inquinata e cosmopolita di quella che era la Porta dell'India. Si viene per scappar via, si viene per restare. E si viene anche per scrivere un libro come Maximum city (Einaudi, pag. 540, 14,50 €).
 
Lo ha fatto anni fa Seketu Metha, giornalista indiano trapiantato in America da ragazzino che di Mumbai conservava un bellissimo ricordo. Ricordo che è venuto a cercare, per capire se quest'idea infantile corrispondeva alla città del XXI secolo. Nel farlo ha dato vita un libro bellissimo, che si legge come uno zibaldone urbano, un ricettacolo di storie che dipingono un universo in costante movimento. Una città dove un assassinio su commissione costa 350 rupie e per la festa di compleanno del figlio un ricco borghese ne spende 100mila.
 
Una città dove un milione di abitanti vive compresso in un miglio quadrato, un terzo della popolazione abita sul 95% della superficie e i restanti due terzi si stringono il quel che resta: ettari di baracche, chilometri di strade, miglia di spiagge. Una città da cui tanti vogliono fuggire, ma poi appena arrivano altrove ricreano chiudendosi nelle little Bombay pregne di curcuma e curry.
 
In 540 pagine scritte fitte fitte (ma si può anche saltabeccare e leggere solo un capitolo, mica tutto d'un fiato per forza), Metha cerca di raccontare tutte le anime della città: incontra i super ricchi e gli ultimi tra gli ultimi, fa amicizia con un poliziotto che combatte il crimine e con un criminale che in questa città ci sguazza. Frequenta una prostituta che gli racconta delle doppia morale dei suoi religiosi clienti, e un fondamentalista indù che gli spiega con non chalance di quando andava in giro a bruciare musulmani duranti i tumulti degli anni Novanta. E incontra Babbanji, un ragazzino di 16 anni scappato dalla sua casa nel Bihar e venuto in città con il sogno di diventare scrittore. Intanto dorme per terra nelle libreria dove lavora per 50 rupie al giorno, si lava ai bagni pubblici e risparmia ogni centesimo per comprare libri usati dalle bancarelle per strada.
 
Con il piglio del cronista Seketu Metha è sempre in giro per Mumbai a raccogliere storie, incontrare persone, testimoniare con i suoi occhi le mille vite di chi abita questo gigante urbano. Qualche recensore entusiasta ha scritto che Seketu Metha sta all'India di oggi come Dickens sta all'Inghilterra vittoriana. E forse è vero. Perché ci sono pochi luoghi che hanno ispirato tanta letteratura come Mumbai, ma sono altrettanto pochi quelli che l'hanno saputa raccontare così bene.
 
«Ma perché tanti vogliono ancora vivere a Mumbai?» si chiede a un certo punto un disperato Metha sopraffatto dagli eccessi della città. Forse per riuscire a essere almeno una volta nella vita involontari protagonisti di un libro come questo.
 
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