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Il Tci e altre cinque associazioni ambientaliste insieme per il futuro del paesaggio del nostro Paese

La manutenzione del territorio

di 
Tino Mantarro
4 Dicembre 2012

Quando l'emergenza diventa ordinaria amministrazione significa che c'è qualcosa che non va. E che qualcosa non vada è sotto gli occhi di tutti. Dalle frane che hanno colpito la provincia di Messina nel 2009 alle alluvioni in Maremma dello scorso novembre, passando per il terremoto in Emilia della scorsa primavera, nel nostro Paese è un rosario di disastri ambientali e conseguenti emergenze. Decine di vite perse, milioni di danni, centinaia di comuni devastati sono il risultato di decenni di incuria dell'ambiente e del paesaggio. Anni in cui non solo non si è mai avuto un intervento sistematico di messa in sicurezza del territorio, ma si è anzi proceduto al saccheggio continuo del suolo, compromettendo l'assetto idrogeologico del Paese e il nostro prezioso patrimonio storico-artistico.



Per questo il Touring Club Italiano e le altre associazioni ambientaliste italiane (il Club Alpino Italiano, il Fondo Ambiente italiano, Italia Nostra, Legambiente e WWF Italia) hanno elaborato e sottoscritto una carta di intenti sulla Messa in sicurezza ambientale dell'Italia. Sarà presentata il 5 dicembre, in occasione della giornata mondiale del suolo, e rappresenta la prima forte presa di posizione comune delle sei associazioni ambientaliste del Paese, che insieme raccolgono oltre un milione di cittadini. Con la carta d'intenti le associazioni chiedono al Governo che venga istituito un tavolo di confronto permanente presso la Presidenza del Consiglio in cui le amministrazioni competenti, le organizzazioni sociali e le associazioni scientifiche e professionali per monitorare le politiche ambientali e per stimolare l'attività di prevenzione e coordinare gli interventi di risanamento.



"La messa in sicurezza - si legge nella carta di intenti - deve essere considerata la vera più grande opera pubblica a garanzia del futuro del Paese. Un grande progetto di sviluppo e di crescita, una formidabile opportunità in termini di occupazione, di ricerca, di coinvolgimento soprattutto delle piccole e medie imprese attive su tutto il territorio nazionale". Nelle scorse settimane il ministro dell'Ambiente Corrado Clini ha stimato in 40 miliardi di euro da spendere in 15 anni il costo degli interventi di tutela del territorio che il nostro Paese necessiterebbe. Un impegno pari a 2,6 miliardi l'anno. Ma al momento mancano i soldi per gestire le emergenze, figuriamoci il resto. Per il 2013 è stato tagliato di 100 milioni di euro il fondo destinato alla protezione civile, riducendolo fino a 79 milioni di euro. Ovvero meno del tre per cento dei soldi che invece servirebbero. Così mentre di anno in anno si risparmia sulla manutenzione ordinaria si finisce a spendere per le emergenze. Negli ultimi tre anni sono stati spesi  816 milioni di euro per interventi di prima gestione delle emergenze: ovvero un milione di euro al giorno.



Se si invertisse la tendenza e si investisse realmente in prevenzione, probabilmente le spese per l'emergenze diminuirebbero. Ma questo non può avvenire senza che si prenda seriamente coscienza a livello politico della necessità improrogabile di mettere in sicurezza il Paese. Impegnandosi concretamente a dare un equilibrio al fragile assetto idrogeologico del territorio; frenando il consumo di suolo e salvaguardando il patrimonio storico-artistico. "Quel che si chiede alle pubbliche amministrazioni è di passare dall'incuria alla cura del territorio, dalla speculazione selvaggia alla pianificazione sostenibile, dall'edilizia costruttiva all'edilizia di recupero e manutenzione" si legge ancora nella carta di intenti firmata dal presidente Iseppi. Perché, lo diceva anche una vecchia pubblicità, prevenire è meglio che curare.