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L'esperienza del Touring Club Italiano in sette paesi della Cisgiordania: obiettivi, sfide, potenzialità

Bandiere arancioni in Palestina: il racconto di un progetto

di 
Stefano Brambilla
20 Ottobre 2017
 
Chi è lettore di questo sito - o ancora meglio, chi è socio del Touring Club Italiano - sa bene che cosa sono le Bandiere arancioni. Un progetto che da quasi vent’anni il Tci porta avanti per valorizzare i piccoli borghi dell’entroterra italiano, quelle realtà che sono una delle grandi ricchezze del nostro Paese ma che finiscono raramente sotto i riflettori. Certificare, migliorare, far conoscere: obiettivi che negli anni hanno portato Bandiere arancioni a "premiare" 224 paesi e a stilare piani di miglioramento per altri 948 Comuni.

Chi è lettore o socio, però, non sa che questo progetto ha ormai varcato i confini dell’Italia. E addirittura è approdato nei Territori Palestinesi. “Non vi dico la soddisfazione, quando il Ministero degli Affari Esteri ci ha chiamati a partecipare a PMSP!” dice Marco Girolami, direttore Strategie territoriali del Tci. PMSP è l’acronimo per Palestinian Municipalities Support Program: un programma per dare una mano alle Municipalità palestinesi, coordinato dal consolato d’Italia a Gerusalemme. “Ci hanno chiesto di trasmettere le buone pratiche di Bandiere arancioni a realtà fuori dall’Italia: l’obiettivo era quello di parlare di sviluppo economico attraverso l’implementazione del turismo sostenibile. Una bella sfida”. 

Sebastia, l'area storica

CONDIVISIONE, DIALOGO, ESPERIENZE
Ecco allora che Marco Girolami, accompagnato da Laura Agretti e Tommaso Abbiati che si occupano di programmi e attività territoriali all'interno di Tci, a luglio 2017 è approdato in Palestina, dove ha incontrato sette comunità della Cisgiordania insieme a due realtà locali: Mosaic Centre (un ente no profit che si occupa di proteggere e valorizzare il patrimonio storico culturale nei Territori Palestinesi) e a ATS, associazione pro Terra Sancta (una ong ch supporta e forma le comunità locali nella tutela dei luoghi santi). “Il piano del Ministero aveva previsto già attività strutturali come recupero di edifici, restauro di altre strutture, riqualificazione di determinati contesti” spiega Tommaso. “Il compito nostro era la condivisione delle esperienze, il trasferimento di competenze a piccole realtà locali, la creazione di dialogo e la stimolazione di dibattito per una visione comune per il futuro turistico della Palestina. Ovviamente, il contesto è ben diverso da quello dell’Italia…”.

Non c’è bisogno di andare nel Vicino Oriente per intuire le condizioni delle realtà palestinesi, dove le infrastrutture sono spesso carenti e il turismo - in molti casi - è ancora agli albori. E ci poteva chiedere come sarebbe stato possibile trasferire esperienze in una situazione così diversa da quella italiana. “In realtà, visitando e parlando con gli abitanti” spiega Laura “ci siamo resi conto che invece ci sono molti punti di contatto, a iniziare dalle attrattive storiche, archeologiche, paesaggistiche, anche gastronomiche: in tutti i sette Comuni di Giudea e Samaria che abbiamo visitato abbiamo trovato varie affinità con le realtà italiane, almeno in termini di potenzialità e interesse turistici. E come in Italia, i Comuni prescelti dal programma sono abbastanza eterogenei, ognuno ha bisogno di uno sviluppo diverso”.
 
Il canyon di Battir
 
DA BETLEMME A GERICO
Per fare qualche esempio. Betania, molto vicino a Gerusalemme, è meta di pellegrinaggi per la tomba di Lazzaro, ma tutti i visitatori si recano in giornata e non spendono un euro in loco; peraltro, il paese non ha neanche un posto letto. Al contrario, Battir è più attrezzata, con una guesthouse, l’offerta di prodotti tipici coltivati in terrazzamenti peculiari (le melanzane), una rete di percorsi di trekking in valli e canyon; eppure, è poco conosciuta e meta di un flusso turistico ancora limitato. Sebastia vanta un’area archeologica di tutto rispetto, Gerico un nucleo archeologico patrimonio Unesco, Betlemme attrazioni storico-religiose di primaria importanza - ma anche in quest’ultimo caso, il turismo è mordi e fuggi, con gli abitanti che non vedono un euro di quelli spesi dai turisti in pellegrinaggio.

L'area archeologica di Gerico

“La gente locale è consapevole e accogliente, nutre grandi aspettative sullo sviluppo economico basato sul turismo sostenibile” continua Laura. “E abbiamo riscontrato che le condizioni di base spesso ci sono già: l’offerta è completa e di qualità per un turismo alternativo, le persone sono pronte a raccontarsi e a mettersi in gioco, peraltro tutti i paesi tranne uno hanno già almeno una guesthouse dove soggiornare. Secondo noi la realtà palestinese è il terreno ideale per lo sviluppo della mobilità dolce: in Italia stiamo lavorando molto al tema Cammini, su come analizzarli e valorizzarli secondo un modello certificato da Tci; i territori che abbiamo visitato e la gente che abbiamo incontrato sono la base e la ricchezza su cui replicare questa pratica italiana".
 
Se vi diciamo che in una settimana in Palestina potreste cucinare con le famiglie a Nisf Jubeil, giocare a Indiana Jones nel canyon di Battir, scoprire i segreti delle rovine di Gerico, visitare le tipiche botteghe artigiane di Betlemme, sentire i profumi del mercato di Tulkarem… non vi viene voglia di partire?
 
La guesthouse a Nisf Jubeil​
 
UN PONTE TRA I POPOLI
Qual è il problema, allora? "Il problema è soprattutto nella rete di infrastrutture per spostarsi e nell’organizzazione del viaggio per il turista indipendente” continua Laura. Già, muoversi in Cisgiordania da soli può risultare molto difficile: uno degli obiettivi del progetto, dunque, è di mettere in rete le varie realtà e di preparare pacchetti ad hoc, che comprendono varie esperienze nelle comunità. “Per questo” aggiunge Tommaso “abbiamo organizzato tre workshop dove hanno partecipato tutti e sette i Comuni coinvolti. Noi abbiamo mostrato le buone pratiche imparate in Italia, loro hanno messo sul tavolo i problemi, le criticità, le sfide. E il primo obiettivo raggiunto per tutti è stato quello di capire che solo attraverso il confronto e la collaborazione si possono realizzare progetti concreti”. Il progetto, si spera, andrà avanti con l’applicazione del modello di analisi Touring e attività di formazione specifiche. 

“Noi vediamo questo progetto anche come ponte di dialogo" spiega Marco "a prescindere da politica e territori, è bello provare a far dialogare quelli che sono o possono essere poli attrattori del turismo internazionale. Perché anche il turismo, ne siamo convinti, può e deve essere un ponte tra i popoli”.

Il workshop a Betania