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In bicicletta. O in auto, o in moto

Una piccola Futa

di 
Tino Mantarro
9 Giugno 2011

Doverosa premessa: questa gita sugli Appennini andrebbe fatta in bicicletta. E in effetti in bicicletta la faranno i cicloturisti della Carovana ciclistica del Tci che passeranno su queste strade domenica, nel corso della loro terza tappa, da Bologna a Firenze. Per gli altri può andare bene anche la moto, o la macchina, visto che salire ai quasi mille metri del passo della Futa (903 metri) e del pià alto passo della Raticosa (968 metri) non è uno scherzo e l’allenamento serve.


 


Quale che sia il mezzo che si decide di usare (e anche la direzione da cui si arriva, Bologna o Firenze poco importa) la risalita del passo della Futa è una piacevole scoperta di paesaggi appennici vasti e oggi tranquilli. Mentre un tempo, almeno fino all’apertura dell’Autosole - il 3 gennaio del 1960 -, questa strada era trafficata come poche altre in Italia. Del resto fin da quando si chiamava regia strada postale bolognese e nei pressi di Filigare segnava il confine tra il granducato di Toscana e i territori pontifici (con tanto di dogana fatta costruire dal granduca Pietro Leopoldo di cui rimangono ancora testimonianze) la via è stata un asse commerciale fondamentale tra Bologna e Firenze. Oggi che l’ex strada statale della Futa è stata declassata a strada regionale 65, rimane un affascinante percorso per gli amanti delle curve e per quelli in cerca delle storia e delle storie. Lungo la strada, a un passo dal valico, infatti si trova il più grande camposanto italiano di soldati della Wermacht tedesca. Trentaduemila lapidi silenti che si affacciano sul Mugello a ricordo del periodo in cui su questi crinali passava la linea gotica, ultima resistenza tedesca alla Liberazione degli alleati.


 


Chi invece cerca storie deve fermarsi all’ultima trattoria di Traversa, una piccola frazione di Fiorenzuola che si trova poco prima del passo per chi viene da Firenze. Alla trattoria da Bibo (tel. 055.815231, via Traversa 472) ci si ferma con gioia. Il menù, che prevede carne, carne e ancora carna è scritto sulla parete, e se non si arriva in tempo per pranzo ci si può fermare a qualsiasi ora per un generoso panino imbottito con la finocchiona e un bicchiere di Chianti, chiacchierando con l’oste e gli altri avventori della salita, dell’inverno passatooppure di quel gruppo di intrepidi pedalatori del Touring che verso le tre di domenica dovrebbe essere già transitati di lì.