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Finesettimana alla scoperta della provincia di Frosinone

In Ciociaria, sulle tracce di Sophia

di 
Stefano Brambilla
21 Marzo 2013

A noi la Ciociaria aveva sempre fatto venire in mente Sophia Loren e quella drammatica storia di soldati, di violenze e di lacrime raccontata da Moravia e De Sica. Scenari arcani, estrema fatica del vivere. Stop. Tabula rasa su luoghi, nomi e personaggi locali. I papi, poi. Di un certo Bonifacio VIII non ricordavamo che qualche verso dantesco. E gli Ernici e i Pelasgi? Chi erano costoro? Diciamo che abbiamo imparato varie cose, in Ciociaria. Per esempio che gli scenari sono ancora d’altri tempi, i panorami pietrificati, anche se il contesto economico è notevolmente migliorato dai tempi di Sophia. Le ciocie, ovvero le scarpe a punta dei contadini, non si usano più in quest’angolo di Lazio tra Roma e l’Abruzzo. Ma qualcosa d’antico, di integro, fuori dai soliti flussi turistici, c’è ancora, eccome.


 


Prima giornata

Bonifacio, dicevamo. Bonifacio è ovunque, in Ciociaria, anche dove meno te lo aspetti. Per esempio a Fiuggi, di cui sono note l’acqua (da bere) e le acque (termali) ma non il fatto che una delle due fonti, la vecchia, sia dedicata a lui. “L’acqua di Bonifacio VIII”, sta scritto sull’arco liberty che dà l’accesso alle terme. Un imprimatur papale? Un segno di devozione? Nient’affatto, soltanto il ricordo di un uomo che qui guarì dai suoi malanni, quei malefici calcoli renali che fecero soffrire anche Michelangelo, il quale non a caso disse dell’acqua di Fiuggi: «Rompe la pietra» (era il 1549). Entrambi i personaggi, dunque, in tempi diversi, ne beneficiarono. Così come ne beneficiano ancora oggi migliaia di persone che fanno la spola tra la fonte vecchia, alla mattina, e quella nuova, il pomeriggio (l’Anticolana, che poi così nuova non è più), alternando bagni rigeneranti a passeggiate tra i castagni e i pini dei parchi e, perché no, anche un salto sul campo da golf. A Fiuggi si sta bene, si respira aria un po’ rétro, residuo dell’epoca in cui la buona società romana veniva da queste parti. In qualche taverna si può pure assaggiare il timballo di Bonifacio VIII: una teglia di tagliatelle sottili, tipiche della provincia di Frosinone, foderata di fette di prosciutto crudo. Dicono che fosse il piatto preferito dal papa. Il piatto è papale, non c’è che dire.


 


Qualche notizia più veritiera su Benedetto Caetani la si apprende ad Anagni, che vide la nascita del futuro Bonifacio VIII intorno al 1230. Per inciso, gli anagnini possono vantare ben quattro papi (ancora oggi la chiamano “la città dei papi”); e anche il fatto di essere stati a lungo sede e residenza papale: c’era un tempo, insomma, in cui Anagni fu il centro del mondo, quasi mettendo in ombra Roma. Il papa più noto fu ovviamente lui, che dovette imperare urbi et orbi in maniera cinica, avida e non troppo generosa, se Dante lo collocò nell’Inferno nonostante il Caetani fosse ancora in vita (e gli strali di Jacopone da Todi? Ancora peggiori). Comunque sia, ad Anagni si impara tutto sul celebre schiaffo, 7 settembre 1303, quando Sciarra Colonna osò prendere a sberle (o forse semplicemente umiliare) il papa all’interno del bel palazzo che oggi è a lui dedicato e ospita un museo.


 


Non vi stiamo a raccontare tutta la storia del re di Francia contro il papa: piuttosto preferiamo dilungarci sulla Cattedrale, nei pressi del museo, e non tanto per la statua di Bonifacio che troneggia sul fianco sinistro, ma soprattutto per la meraviglia sconosciuta che contiene all’interno. Aveva ragione Gianfranco Ravasi, quando definì la cripta della chiesa «una Sistina medievale»: pochi altri cicli pittorici del Duecento raggiungono tale ampiezza e splendore. Negli affreschi, i cui restauri sono stati terminati alla fine degli anni Novanta, scorrono la creazione del mondo e dell’uomo, le storie dell’Arca dell’Alleanza, l’Apocalisse, le vicende di San Magno, patrono di Anagni. E la mente corre ai tempi in cui questo luogo sacro vide le canonizzazioni, tra le altre, di Bernardo di Chiaravalle e Chiara di Assisi, non proprio due santi minori. Anche le strade e i vicoli del borgo raccontano di medioevo e dintorni; specie le belle bifore e il maestoso passaggio voltato del Palazzo comunale. Si passerebbe volentieri una mattinata a girovagare senza meta.


 


Seconda giornata

Con tutto questo medioevo quasi ci si dimentica che Anagni fu fondata molto tempo prima, sullo sperone a controllo della valle del Sacco. E neppure dai Romani: erano già stati gli Ernici, antico e fiero popolo italico, a mettere le prime pietre delle mura cittadine. Mura che a Ferentino, poco lontano da Anagni, ancora si ergono in tutta la loro sublime potenza. Hanno ragione Erodoto e Pausania a ipotizzare la loro costruzione da parte dei mitici Ciclopi: sembrano proprio innalzati da giganti, questi enormi massi pesanti fino a trenta quintali, scelti e talvolta levigati per essere incastrati l’uno sull’altro senza l’uso di malta o di calce. Si gira con la testa all’insù, pensando a quanti terremoti, assalti, alluvioni hanno superato i macigni, e a quanto fosse raffinata la tecnica utilizzata dai Pelasgi, enigmatico popolo forse proveniente dall’Anatolia. Perché furono probabilmente loro a portare in Ciociaria le tecniche della costruzione, tanto che le mura spesso sono definite pelasgiche (e somigliano a quelle di città preelleniche come Micene e Tirinto).


 


Ferentino è tutta racchiusa da mura, ma altri tesori cela al suo interno, una volta varcata la porta Sanguinaria, stretta tra i massi, o la porta Casamari, che conserva due archi sospesi nel nulla. Per esempio la bella chiesa di S. Maria Maggiore, di quelle tutte semplici e pulite, con il rosone duecentesco in facciata e l’interno luminoso e privo di orpelli. O il palazzo Giorgi-Roffi Isabelli, dimora storica ricca di atmosfera. Dopo tanta cultura, è il momento di un bel bagno. Magari nell’Otium Pool, l’idromassaggio “arricchito da preziosi oli essenziali dalle proprietà emollienti e decontratturanti” che è uno dei punti di forza delle Terme di Pompeo, nate nel 1854 – si dice siano addirittura il primo stabilimento termale dell’era moderna. Comunque sia, anche qui, come a Fiuggi, la frequentazione termale è molto più antica: pare anzi che fu Domitilla, madre di Tito e Vespasiano, la prima a trarne beneficio. Oggi troverebbe qualche vasca idromassaggio e qualche tisana postwellness in più, anche se «quiete, silenzio, delizia di ozi agresti» (come scrisse di Ferentino, già nel I secolo a.C., il poeta Orazio) sono rimasti gli stessi.


 


Da Ferentino ad Alatri non andate diretti: fate prima un salto a Fumone, dove i marchesi Longhi De Paolis sono da oltre tre secoli i custodi di una roccaforte medievale preservata nel tempo. E se non avete voglia o tempo di dormire nelle stanze dell’antico corpo di guardia, almeno cercate la cella dove nel 1296 fu imprigionato papa Celestino V, altro papa dantesco (quello del “gran rifiuto”): è così piccola che il pontefice, che qui morì dopo dieci mesi, avrebbe usato per cuscino la predella di un altare. E visitate il meraviglioso giardino pensile, costruito sulle volte dei camminamenti di guardia e in tutti i punti disponibili del castello, dai fossati agli spazi tra le torri. Da cui, peraltro, si ammira uno stupendo panorama che nei giorni limpidi arriva fino al Vesuvio.


 


Ultima tappa del nostro itinerario, Alatri. Anche qui pare che i ciclopi si siano scatenati. Il viaggiatore tedesco Gregorovius, nell’Ottocento, scrisse: “Dinanzi a quella nera costruzione titanica provai un’ammirazione per la forza umana assai maggiore di quella che mi aveva ispirato il Colosseo”. Ecco, non esageriamo: però il senso di potenza delle mura di Alatri è indubbio, così come inevitabile è il pensiero alla tradizione che vuole la città fondata niente meno che dal dio Saturno (invece furono i soliti Ernici). Dentro le mura, un’acropoli che conserva il Duomo, anche se la chiesa più bella è un’altra, S. Maria Maggiore, costruita in stile gotico su un preesistente tempio di Venere. Come ovunque, in Ciociaria, tutto ha radici antiche.