Scopri il mondo Touring

Passeggiate, sguardi e riflessioni nella straordinaria Valle d'Itria pugliese

I trulli, tra genuinità e finzione

di 
Stefano Brambilla
1 Settembre 2011

Premesso: non si può non andare ad Alberobello almeno una volta nella vita. Come per la campagna toscana, le trasparenze del mare sardo, le cime delle Dolomiti, le sagome dei vulcani siciliani: anche le campagne pugliesi disseminate di quelle buffe case con il tetto a forma di imbuto fanno parte imprescindibile del paesaggio italiano, di quell’unicità e diversità che ci contraddistingue in tutto il mondo. Detto questo, ci permettiamo qualche considerazione.



Chi ha trasformato Alberobello in Trulloland, Trullopoli, Trullandia? È vittima della sua stessa bellezza, Alberobello, o c’è qualcuno che non ha saputo fermare un processo dai risultati quantomeno allarmanti? Ce lo chiediamo mentre camminiamo tra i vicoli del rione Monti, spettacolare dimostrazione di quanto verità e finzione possano essere lì, vicinissimi, a un passo l’uno dall’altro. Perché non si riesce più a capire che cos’è genuino e che cosa costruito, ammirando i trulli perfetti, bellissimi, lindi, puliti, imbiancati da poco, costellati di ristorantini e di negozi di souvenir anch’essi perfetti che propongono trulli in pietra, in ceramica, in legno, in peluche, trulli sui piatti, sui tappeti, sulle brocche, sulle magliette, sulle calamite. Siamo in un paese o in un parco a tema, ci domandiamo mentre torme di turisti-cavallette fanno la gara per dire “ooh” di fronte al trullo siamese, al trullo “com’era una volta”, al trullo terrazza panoramica, al trullo-chiesa, al trullo “venite a vedere com’è fatto dentro”. E pensare che questa era architettura rurale povera, creata per esigenze climatiche e pratiche, per la vita di tutti i giorni: di quello spirito, ad Alberobello, non è rimasta che qualche pietra. E fanno tenerezza (per non dire altro) quei locali che a ogni passo invitano a entrare nei loro negozi pieni di paccottiglia standardizzata, nei loro bar che propongono le consuete tagliatelle alla bolognese. Nessuno che cerchi di chiamarsi fuori dal coro. Ma perché, ci chiediamo banalmente con un pizzico di superbia, la gente deve farsi intortare da tanta banalità? Eppure, e lo ripetiamo a noi stessi e a chi ci legge, il paese è uno spettacolo imperdibile. Anche se potrebbe uscire da un set cinematografico o da una Disneyland del Sud.



Il bello, come sempre, è scoprire l’altra faccia della medaglia. È capire che i torpedoni dei turisti - un numero incredibile, li contiamo e perdiamo il conto, forse un record rispetto alle dimensioni del borgo... - scompaiono nel nulla, dopo aver fatto la toccata e fuga ad Alberobello. Dove andranno, tutti quei bus? A spiaggiarsi direttamente sull’Adriatico? Perché già a due metri dal rione Monti, nel rione Aia Piccola, non ci siamo che noi e un pugno di altri turisti. E intendiamoci: sono proprio due metri, c’è una piazza in mezzo e nient’altro, tra i due quartieri. Eppure non c’è nessuno che si renda conto di quale sia la “vera realtà” e che, per esempio, vada a visitare il Museo del territorio e il Trullo sovrano, eccellenti ricostruzioni di come davvero si viveva nella zona fino a non molti anni fa. Anche se non ci sono tutti i trulli del Monti, andateci, nel rione Aia Piccola, almeno per fare un confronto con quanto avete appena visto (e scattare una fotografia dall’alto). E poi, per favore, proseguite verso gli altri borghi della valle d’Itria.



Noi li abbiamo trovati tutti bellissimi, ognuno con un suo tratto, una sua caratteristica, un suo pubblico. Martina Franca, una domenica mattina, era invasa dai suoi stessi abitanti: pochi turisti e tantissima gente a passeggiare lungo il corso Vittorio Emanuele. L’alter ego di Alberobello, ci è venuto da pensare: tanto tra i trulli tutte le attività sono a uso e consumo dei turisti, quanto fra le chiese barocche e il palazzo Ducale tutto è parso pensato solo per chi ci vive. Genuino, vivo. San Martino e San Domenico rifulgono tra le case bianche, ed è un piacere perdersi tra le salite e le discese dei suoi vicoli tortuosi, scoprendo i portali scolpiti e i balconi in ferro battuto. Ostuni, un sabato sera, era un concentrato di bellezza, pieno di giovani che festeggiavano l’arrivo dell’estate e di turisti ammirati che ne godevano l’amosfera. Tra piazzetta Sant’Oronzo (punto di partenza sotto la collina) e la Cattedrale (punto d’arrivo in cima alla collina) è tutto un dedalo di chiese, case, ristoranti, locali, boutique, e non si finisce di sgranare gli occhi che già si è di fronte a un’altra meraviglia. Certo, in parecchi angoli sembra di essere in Costa Smeralda, tanto tutto è terribilmente chic, raffinato, alla moda: ma almeno non è finto, o quanto meno l’impressione non è quella. E poi c’è Locorotondo. A passeggiare sotto le cummerse (i tetti tipici) di Locorotondo, una domenica a mezzogiorno, non eravamo che noi e qualche famiglia straniera. Famiglie con cui puntualmente ci perdevamo e ci ritrovavamo dietro l’angolo successivo: dopo un quarto d’ora sembrava di conoscersi da una vita. Perché Locorotondo è piccola, nei suoi cerchi concentrici di casette bianche appollaiate sul colle; e basta questa sua fisionomia, insieme alla cura con cui è tenuta, per eleggerla luogo del cuore, anche senza monumenti importanti, senza particolari attrattive.



Ci sarebbe ancora, da raccontare e da visitare, da Cisternino a Noci.
Ci fermiamo qui, invitandovi a vedere tutto con i vostri occhi (e poi magari a farci sapere). In un weekend questi quattro paesi li visitate senza problemi, in qualsiasi stagione. Per dormire e mangiare c’è solo l’imbarazzo della scelta: ci sentiamo di consigliarvi un paio di indirizzi doc, l’albergo diffuso Sotto le cummerse a Locorotondo (appartamenti sparsi per tutto il centro storico, che vi fanno davvero vivere la città) e il b&b San Martino a Martina Franca; e per cenare, l’eccellente Osteria Piazzetta Cattedrale a Ostuni.