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Alla scoperta di rupi tufacee, antiche fortezze, aree archeologiche e cattedrali

Che cosa fare in Basilicata del nord, tra Melfi, Venosa e Acerenza

di 
Luca Sartori
7 Luglio 2015
Il nord della Basilicata è terra di altopiani e vallate, un continuo alternarsi di ampie distese prative, aree coltivate e zone di fitta vegetazione. Terra di minuscoli borghi arroccati sui poggi ma anche di cittadine adagiate sugli altopiani, spesso addossati ai bastioni di un imponente maniero oppure alle pareti di cattedrali e chiese. Centri che dominano vallate e altre volte che si affacciano su ampie e ondulate terre che sembrano perdersi all’orizzonte. Le grandi aree metropolitane sono lontane. Altrettanto lontano è il mare. Alle poche strade importanti se ne uniscono molte minori, contraddistinte dal continuo saliscendi di una zona che a ogni curva regala nuovi scenari. Terra del maestro Orazio, tra i più importanti poeti dell’età antica, questa parte di Basilicata è spesso ignorata dai grandi flussi turistici, nonostante sia terra di sorprese e straordinarie suggestioni, essenza di una regione che riesce a riassumere gran parte della sua bellezza in tre centri ricchi di storia e fascino, Melfi, Venosa ed Acerenza.

 
VENERDÌ SERA A MELFI
È il sole del tardo pomeriggio a regalare i colori più suggestivi a questo angolo di Basilicata, estremità settentrionale suggestiva e ricca di storia. Il Monte Vulture domina la scena di questo tardo pomeriggio di venerdi, vulcano inattivo dell’era protostorica che supera i 1300 metri di altitudine con alle sue boscose pendici una corona di borghi e città. Tra queste ultime c’è Melfi, prima meta del weekend nel meridione d’Italia.
Cena stuzzicante con un carosello di antipasti tipici della zona tra cui gli involtini di melanzane, le frittelle di zucchine, qualche bruschetta e alcune verdure sott’olio.
 
SABATO TRA MELFI E VENOSA
Non può che partire dal castello la visita alla città di Melfi nella quale si avvicendarono, tra gli altri, Normanni, Bizantini, Longobardi, Svevi e Aragonesi. Eretto dai Normanni, poi in mano agli Svevi e agli Angioini, il castello di Melfi compare come la tipica fortezza feudale dei romanzi cavallereschi, ed è tra i castelli più noti e rappresentativi del meridione, dove Roberto il Guiscardo confinò la moglie Alberada. Da vedere, al suo interno, il Museo Archeologico Nazionale del Vulture Melfese, dove sono raccolte testimonianze archeologiche risalenti al periodo compreso tra il VII secolo a.C. al II d.C., tra cui un sarcofago di marmo del I secolo d.C., corredi funerari di alcune sepolture principesche, oggetti etruschi e greci tra cui spade, lance, elmi corinzi e vasi in bronzo, poi arredi risalenti al XVIII secolo.

Melfi è però anche il suo bel centro storico
, che si staglia all’ombra dei bastioni della sua fortezza, ed i suoi vicoli che dal poggio sul quale è situato il castello scendono a valle. Strade che svelano altri tesori tra cui la Cattedrale di Santa Maria Assunta, che alcune fonti dicono che fu eretta da Roberto il Guiscardo nel 1076, mentre altre dicono sotto l’ordine di Guglielmo I di Sicilia. Dall’aspetto prettamente barocco la chiesa presenta un interno a tre navate sormontate da un soffitto a cassettoni, mentre il campanile, che domina la città e le campagne limitrofe, conserva ancora lo stile romanico normanno. Su piazza Duomo, cuore religioso della cittadina, si affaccia anche il Palazzo del Vescovado, sede del Museo Diocesano, dalle raffinate sale affrescate, la cappella palatina ed il giardino all’italiana impreziosito da svariati busti marmorei.
 
Pranzo con un assaggio di peperoni in pastella, per proseguire con la classica maccaronara, piatto melfitano per eccellenza, i tipici maccheroni a sezione quadrata da condire con sugo di maiale o coniglio, da accompagnare con un buon bicchiere di Aglianico del Vulture Superiore, ottimo rosso locale già celebrato da Orazio, dal delicato profumo di viola e dal colore rubino. Da provare, per finire, il liquore di cedro.
Prima di partire alla volta di Venosa, meritano una visita la cinta muraria che circonda interamente il centro storico, raro esempio di fortificazione dell’Italia meridionale, e Porta Venosina, una delle sei porte della città realizzata sull’antico tracciato verso Venosa e la via Appia.
 
Il Monte Vulture si allontana lentamente mentre sono le ampie ed assolate campagne il bel palcoscenico in cui si snoda la strada. Terra natia del poeta Quinto Orazio Flacco, l’antica Venosa è situata su uno sperone di origine vulcanica. Caratterizzata da vari siti archeologici, straordinarie espressioni del succedersi delle svariate fasi culturali della città presenta anche un interessante centro storico. Tra porticati e vicoli lastricati è bello perdersi alla scoperta di qualche bottega artigiana o per l’acquisto di qualche specialità locale.
Cena con un tagliere di salumi tipici locali con soppressata, preparata con carne di prima scelta dei maiali locali, prosciutto tipico lucano e salsiccia di maiale e cinghiale, da accompagnare con un buon vino rosso locale.

 
DOMENICA A VENOSA E ACERENZA
Domenica mattina di cultura alla scoperta dei gioielli della Venosa antica. Visita al Museo Archeologico Nazionale, ubicato nell’imponente castello aragonese a pianta quadrata con quattro torri cilindriche alle estremità, dove sono esposti reperti che consentono di percorrere la storia dell’antica colonia romana Venusia. Da vedere l’area archeologica che racchiude i resti monumentali tra cui l’impianto termale, i quartieri abitativi e l’anfiteatro. Imperdibile una visita all’angolo sicuramente più suggestivo della città, la Chiesa Incompiuta del complesso dell’abbazia benedettina della Trinità che affonda le sue origini nel V secolo.
 
Pranzo sostanzioso con Lagane e Ceci, le tipiche tagliatelle di grano duro, i tradizionali “U cutturidd”, carne d’agnello o pecora a pezzi in umido condita con pomodori, peperoncino piccante e lardo, e un assaggio di lampascioni fritti.

Pomeriggio alla volta dell’ultima delle tappe del weekend, Acerenza, borgo arroccato su una rupe tufacea a sud delle terre del Vulture. Ad oltre 800 metri d’altitudine Acerenza è scenograficamente più apprezzabile per chi proviene dalla Puglia. E’ infatti giungendovi da quest’ultima che si riesce ad ammirare al meglio l’imponente compattezza del borgo dominato dalla Cattedrale del XI secolo. E’ proprio la Cattedrale il gioiello architettonico di Acerenza, situata nel cuore del compatto abitato. Autentico tesoro, va goduta lentamente senza tralasciarne i dettagli, osservandone l’esterno dalle tante angolazioni, talvolta provando addirittura ad allontanarsi per apprezzarne la bellezza dai vicoli che la avvolgono. Marmi di età romana, colonnine di fattura greca e figure scolpite di lapidi funerarie sono il meglio che propone l’esterno, poi l’interno con i bassorilievi, le testine di scimmia alla base delle colonne, le antiche acquasantiere e gli affreschi. La straordinarietà di questo gioiello d’arte rinascimentale sono sicuramente i dettagli ma ancor più la sua singolare ubicazione, nel cuore di un pittoresco borgo dominante l’immensa distesa di campagne.

Lasciata la Cattedrale è d’obbligo una visita ai vicoletti lasciandosi incantare dai numerosi palazzi seicenteschi impreziositi da sculture e stemmi delle antiche famiglie acheruntine.

L’ultimo pasto del weekend non può non prevedere le verdure con un piatto di fave e cicorie per proseguire con un carosello di formaggi con caciocavallo, cacioricotta, scamorza e burrata. Per finire un catoncello ripieno di crema di ceci miscelata con cacao amaro e zucchero. Un assaggio di liquore di noci o del celebre Amaro Lucano, nato nel lontano 1894, sono il preludio di un’ultima passeggiata nella buia notte di Acerenza, dove protagoniste indiscusse sono le vallate silenziose punteggiate di borghi ed illuminate dalla sola luce delle stelle. 

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