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Venezia: Roberto Sebastian Matta

Le sculture sono figlie di una realtà pericolosa, dalle domande dell'uomo, ma anche dalle esplosioni vulcaniche della natura e della terra, che Matta ha il compito di interrogare: le sue figure contorte, articolate ricordano gli incubi primitivisti dell'avanguardia parigina e accompagneranno l'artista fino alla fine della sua carriera. Sono figure nate da episodi reali, non dettati dall'inconscio: se infatti molti dei surrealisti lavoreranno sui temi del sogno, Matta si rifarà invece a temi politici e storici. Le sue sculture ricordano divinità antiche, che sembrano provenire dai passati mitici della Grecia, da antichità mediterranee o dalle culture del Sud America: un eclettismo di immaginari, che è il segno di un'unica eterna provenienza di archetipi umani. Animali, figure mitologiche, madri che vivono nelle profondità della terra, pietre filosofali e guerrieri: anche i loro titoli abbracciano le diverse culture di cui Matta si è abbeverato, tanto da poterlo definire un “nomade”, le cui peregrinazioni incrociano le più diverse rotte, dalla madrepatria cilena all'Europa continentale, alla Russia, dalla Scandinavia fino agli Stati Uniti. Da “Mater Nostrum”, una variazione su quel mare nostrum che lambisce le coste della sua amata Italia, a “Perù”, “Inca” o “Colomberos”. Con le sue sculture – il cui bronzo richiama echi preistorici di epoche arcaiche e primitive – Matta anima una produzione che include pezzi come “Cromagnak” o “Ganesha”, fino alle poltrone “Floricor” e “Margarita”. Qua sta la grande arte di Matta, seguendo le parole di Breton: aver seguito la sua stella, essere tornato indietro, al passato – mitico e inconoscibile – che ci precede, per trovare una eco comune, un fil rouge che combini le identità, le diverse appartenenze in un unico profilo d'artista. Aver forgiato il bronzo in un fuoco antico, primario, e dunque eterno.