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Tutti i Vermeer di Roma

Ci voleva questa mostra alle scuderie del Quirinale per consentire al pubblico italiano di ammirare le opere di Johannes Vermeer, uno dei pittori più elusivi e insoliti, rappresentante di spicco del cosiddetto Secolo d’oro olandese. Poco o nulla si sa della sua vita a Delft, dove nacque nel 1632: conoscitore e mercante d’arte oltre che artista egli stesso, Vermeer dipinse solo su commissione, e non più di due o tre quadri all’anno. Non realizzò più di 50 opere, di cui solo 37 conosciute, nessuna delle quali appartiene a raccolte italiane. A ridurre ulteriormente il campo e sottolineare l’eccezionalità di questa mostra, solo 26 dei suoi dipinti, sparsi in 15 collezioni diverse, possono essere spostati. Averne a Roma otto, quindi, è un evento, considerando anche il valore dei 50 capolavori di artisti contemporanei di Vermeer, da Jan van der Heyden a Pieter de Hooch, a Nicolaes Maes, che gli fanno corona.
 

Quasi sconosciuto fino alla seconda metà dell’Ottocento e poi amato quasi incondizionatamente, soprattutto da letterati – fra questi, Marcel Proust e Aldous Huxley –, deve a una di questi, Tracy Chevalier, la più recente popolarità, a seguito dell’uscita del film La ragazza con l’orecchino di perla tratto da un suo romanzo. Purtroppo, questo dipinto non ha potuto viaggiare fino a Roma da L’Aia: ma, da New York, sono giunti la Suonatrice di liuto, l’Allegoria della fede e la Giovane donna alla spinetta; da Amsterdam la Veduta di case a Delft (La stradetta) e da Braunschweig la Ragazza con il bicchiere di vino, da Monte Carlo S. Prassede e da Londra la Signora ritta alla spinetta. E infine da Washington la stupefacente Ragazza con il cappello rosso, un lampo di colore assoluto che è quasi il marchio della pittura tutta luce di Vermeer. Un artista che Walter Liedtke, curatore della mostra insieme ad Arthur K. Wheelock e Sandrina Bandera, non esita a definire «il più grande pittore olandese dopo Rembrandt».

 

Donata Colombo

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