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Treviso, "Storie dell’impressionismo"

Per festeggiare i vent’anni di Linea d’ombra lo storico dell’arte Marco Goldin ha scelto Treviso, la sua città, per ospitare quattro grandi mostre. La principale è Storie dell’impressionismo. I grandi protagonisti da Monet a Renoir, da Van Gogh a Gauguin, con 140 capolavori alcuni dei quali mai esposti prima in Italia; dalla Scottish National Gallery di Edimburgo arrivano le tre opere per Tiziano Rubens Rembrandt. L’immagine femminile tra Cinquecento e Seicento. Da Guttuso a Vedova a Schifano è il titolo della terza mostra: qui Goldin ha selezionato un’opera simbolo per ogni anno dal 1946 al 2000. Alle tre esposizioni al Museo di S. Caterina si aggiunge De Pictura. 12 pittori in Italia, a Palazzo Giacomelli, con opere dal 1995 a oggi.
 
Storie dell’impressionismo è divisa in sei sezioni – d’impostazione tematica sui grandi argomenti del ritratto, della figura, della natura morta e del paesaggio − che consentono al visitatore di percorrere un cammino tra capolavori che hanno segnato una delle maggiori rivoluzioni nella storia dell’arte di tutti i tempi. Facendo ricorso a prestiti provenienti da alcuni tra i principali musei del mondo, ma anche da collezioni private che aprono le loro porte.

Spiega lo stesso Goldin: «Per dare l’idea dei vent’anni di attività di Linea d’ombra, ho scelto di pensare − per un grande richiamo al lavoro svolto in questi due decenni − a una mostra storica che potesse racchiudere i motivi più distintivi della ricerca mia personale e di Linea d’ombra quale strumento organizzativo. Una vasta esposizione dedicata alle Storie dell’impressionismo, raccontata in 140 opere (soprattutto dipinti, ma talvolta anche fotografie e incisioni a colori su legno) e sei capitoli, con un forte intento di natura didattica. Per raccontare non solo quel mezzo secolo che va dalla metà dell’Ottocento fino ai primissimi anni del Novecento, ma anche quanto la pittura in Francia aveva prodotto, con l’avvento di Ingres a inizio Ottocento, nell’ambito di un classicismo che sfocerà, certamente con minore tensione creativa, nelle prove, per lo più accademiche, degli artisti del Salon. Ma anche, con Delacroix, entro i termini di un così definito romanticismo che interesserà molti tra i pittori delle nuove generazioni, fino a Van Gogh.»
 
La pittura accademica viene inserita quale contrappunto nelle sezioni stesse, così da far comprendere uno degli assunti fondamentali del progetto: cioè che il linguaggio nuovo dei giovani impressionisti, e prima di loro dei pittori della scuola naturalistica di Barbizon, vivesse nel tempo stesso del Salon. Non dunque un prima e un poi, ma un’esperienza storica che si esprime in parallelo, e simultaneamente, nelle strade di Parigi e nelle campagne di Francia, lungo i suoi fiumi e le sue coste. Quel Salon al quale del resto, pur rifiutandone lo spirito di rievocazione e di conservazione, gli impressionisti ambivano a partecipare, essendo comunque il solo luogo che poteva garantire visibilità e fama.
In questa grande tavola sinottica di un’epoca, non è solo la pittura di Salon a essere messa in rapporto con l’impressionismo. Entrano in gioco anche la neonata fotografia e poi le celeberrime incisioni di Hiroshige e Hokusai, per sondare il tema dell’influenza della cultura giapponese sugli impressionisti.