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Tiziano

Niente di meglio, per presentare la grande mostra romana, che parlare col curatore Giovanni Villa. Lo trovo appunto in viaggio in una tersa giornata invernale, rigida e limpidissima «Una giornata meravigliosa: e intorno a me c’è esattamente la luce veneta di Tiziano. Perché Tiziano è proprio l’invenzione di luce, colore e movimento: la sua arte sarà la base precisa di Rubens, Caravaggio e van Dyck sino agli impressionisti Manet e Renoir ».

 

Una quarantina le opere in mostra, tra le più conosciute, Il Concerto e la Bella di Palazzo Pitti, la Flora degli Uffizi, la Pala Gozzi di Ancona, il Ritratto di Paolo III senza camauro e la Danae di Capodimonte, Carlo V con il cane e l’Autoritratto del Prado o lo Scorticamento di Marsia di Kromeˇrˇízˇ: decennio dopo decennio i capolavori testimoniano l’evoluzione tecnica che dalle botteghe di Venezia di Giovanni Bellini e Giorgione portò alle committenze prima di dogi, Este e Della Rovere e poi dell’imperatore Carlo V e di suo figlio Filippo II.

Il percorso di rilettura della pittura veneziana e del suo ruolo nella rivoluzione pittorica moderna culmina dunque con la testimonianza dell’artista europeo per eccellenza, capace di accordare «la grandezza e terribilità di Michel Agnolo, la piacevolezza e venustà di Raffaello, et il colorito proprio della Natura», secondo quanto scrive il poligrafo contemporaneo Ludovico Dolce, suo grande estimatore.

 

Da leggere come un romanzo infine il saggio, nel catalogo Silvana Editoriale, Tiziano dai succhi dei fiori al colore selvaggio di Mauro Lucco, che si apre citando il dipinto di Tiziano bambino di William Dyce, «magnifica metafora della fascinazione esercitata su di lui dal colore, dell’imperioso trasporto verso di esso, quasi una predisposizione naturale, provati sin dalla più tenera età».

 

Elena Cenzato

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