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Sull’arte povera il tocco femminile

Gioca in casa, Marisa Merz, nella prima personale – in realtà una mostra antologica – allestita alla Fondazione Merz sotto la direzione della stessa artista. Ma sarebbe riduttivo identificare Marisa come «moglie di», in quanto la sua produzione è totalmente autonoma da quella di Mario.
La mostra torinese, seconda tappa del recente percorso espositivo dell’artista (dopo la veneziana Querini Stampalia lo scorso anno) e allestita appositamente per lo spazio della fondazione Merz, presenta i modi di lavoro dell’artista e la sua capacità di creare connessioni fra questi e gli oggetti creati. Sono esposte opere storiche, a partire dagli anni Sessanta, e recenti, addirittura inedite, che illustrano i diversi linguaggi in cui la poetica di Marisa Merz si esprime, in un’espressione che verrebbe spontaneo definire femminile: piccole sculture d’argilla cruda, disegni su diversi supporti e opere in tecnica mista, oggetti trasformati dalla cera, installazioni realizzate tessendo o lavorando ai ferri fili di rame e di nylon, o sospendendo al soffitto composizioni di lamine di alluminio dipinte, come abiti appesi. Ogni lavoro ideato per il luogo che lo deve ospitare, sia esso la casa o una galleria: o entrambe. Il titolo della mostra Disegnare disegnare ridisegnare il pensiero immagine che cammina è quasi una dichiarazione programmatica del modo di procedere di Marisa Merz, intimista, delicata e silenziosa, che predilige un’espressione umile, più vicina all’artigianato che alla forma alta della produzione artistica. E che finisce per corrispondere al vivere stesso, con la sua galleria dei ricordi minimalista.

 

Elena Del Savio

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