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Rovereto: "Scenario di terra"

Il percorso espositivo si propone, attraverso un libero movimento nel tempo, nei media e nelle produzioni artistiche, di narrare alcuni momenti di sintesi nel rapporto fra l’uomo e il suo ambiente. Pur lasciando intravedere uno sviluppo d’ordine storico-artistico, la narrazione evita la successione cronologica delle opere al fine di lasciar emergere, nel ritmo dell’esposizione, la ricerca di differenti empatie con gli elementi del paesaggio. Un rapporto sempre aperto, che si confronta con il profilo del territorio, la persistenza della materia, il lirismo delle forme mitiche e la loro astrazione. A cura di Veronica Caciolli, Daniela Ferrari, Denis Isaia, Paola Pettenella, Alessandra Tiddia, la mostra Scenario di terra si articola secondo diverse angolazioni che mescolano e confrontano linguaggi artistici e periodi della storia dell’arte moderna e contemporanea, in un suggestivo allestimento curato dall’architetto Giovanni Maria Filindeu.

Il percorso espositivo prende avvio indagando la relazione tra la natura e il lavoro dell’uomo: la terra coltivata, intesa come la trasformazione naturale, sociale ed economica del paesaggio, è raccontata nella storia dell’arte principalmente attraverso la pittura. Incisioni, stampe e riproduzioni fotografiche, provenienti da alcuni fondi dell’Archivio del ’900, sono qui accostate ai dipinti di Umberto Moggioli, Gino Pancheri e Arturo Tosi e a installazioni contemporanee, come il video la Danza degli attrezzi di Nico Angiuli, opera inedita tratta da un lungo progetto di ricerca dedicato allo sviluppo dei gesti dell’agricoltura.

La relazione uomo-natura passa attraverso la conoscenza e l’uso dei materiali naturali, semilavorati o trasformati: è la materia stessa che si presenta attraverso una raccolta di opere bidimensionali in cui la terra da disegno di un territorio diviene lo spunto per un processo astrattivo. Nelle opere di Giuseppe Uncini, Antoni Tàpies, Enrico Donati, i protagonisti sono gli elementi materici naturali come la sabbia, la terra, la ghiaia. Materia grezza come la seta non lavorata è al centro delle opere di Dario Imbò mentre la materia trasformata da processi chimici costruisce gli insoliti paesaggi realizzati da Giovanni Ozzola.

Gli elementi naturali divengono opere vere e proprie nei capolavori dell’Arte povera, tra cui Chiaro Oscuro di Mario Merz, Terra animata di Luca Maria Patella, Cinque tronchi divisione moltiplicazione di Michelangelo Pistoletto, Grigi che si alleggeriscono oltremare di Giovanni Anselmo che condividono lo spazio con lavori più recenti come Montagne (Alpi) di Matteo Rubbi o Pianeta Azzurro di Franco Piavoli, capolavoro del cinema sperimentale italiano a cui è dedicata un’ampia sala di proiezione.

In questo caso la mostra si raccorda con l’avvio di movimenti che negli anni ’60 e ’70 hanno trasformato il concetto di paesaggio nel concetto di ambiente alla ricerca di un rapporto più empatico con la natura.

Uno spazio della mostra affronta i “margini del paesaggio”, ovvero la capacità propriamente umana di circoscrivere i limiti dello sguardo per catturare la veduta, per sublimare per un verso e controllare per l’altro il paesaggio stesso. I Medium color landscapes di Davide Coltro, gli Appunti per una fotografia di paesaggio di Vittore Fossati o i Cieli di Paolo Vallorz propongono, seppur attraverso stili diversi, la stessa intuizione.

Il paesaggio è visto sovente in mostra come il luogo in cui l’uomo ricerca uno stato di benessere o ispirazione. Nei Nuotatori di Carlo Carrà, opera contemporanea al Tuffatore di Thayaht, l’idea della purezza si esprime attraverso la semplicità delle forme e della composizione di matrice neoprimitivista. Gli stormi di Giusy Calia si affiancano alle curve linee d’acciaio di Bruno Munari, in un dialogo che rimanda alle geometrie aeree del volo.

Il naturale proseguimento è l’astrazione delle forme, ovvero il momento in cui lo scenario terrestre si pone alle spalle di chi guarda, sia esso artista o visitatore, e l’esperienza si fa più concettuale. Paesaggio e osservatore diventano il vettore di un’esperienza poetica ora conclamata. Il concettualismo di Che cosa succede nelle stanze quando gli uomini se ne vanno? di Alberto Garutti dialoga con i quadri di Mario Raciti, Gastone Novelli e Anton Zoran Music, mentre “Guardando dentro la sua bocca, realizzammo che il Vulcano ci stava scrutando da lungo tempo” chiosa l’opera di Riccardo Arena.
(http://www.mart.trento.it)
 
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