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Roma: "Storie Sovietiche"

La Galleria del Cembalo, a Roma, racconta con questa mostra 85 anni di storia dell'Unione Sovietica, nel suo farsi e disfarsi, tra illusioni, propaganda, disillusioni, memoria. Lo fa attraverso tre voci, tre storie diverse e indipendenti ma idealmente unite.
 
La trilogia si apre con Rozalija Rabinovič (Kiev, 1895 - Mosca, 1988), pittrice, allieva del VChUTEMAS e interprete originalissima della propaganda negli anni ’30 nel segno di Stalin. Segue Sergei Vasiliev (Čeljabinsk, 193), nome di riferimento del fotogiornalismo oltre cortina, premiato cinque volte al World Press Photo, e autore di un intenso ritratto della vita quotidiana negli anni del primo “disgelo”, tra i carcerati e la follia dei loro tatuaggi, e i corpi morbidi e immacolati delle donne nella sauna e nelle fasi più emozionanti del parto in acqua. Chiudono le immagini compostissime di Danila Tkachenko (Mosca, 1989), enfant prodige della fotografia russa, che ha ritratto le zone off limits, militari e industriali, dell’ex Urss, simbolo della guerra fredda e della più ambiziosa tecnocrazia di regime.
 
A distanza di quarant’anni uno dall’altro, e in assoluta autonomia artistica, Rozalija Rabinovič, Sergei Vasiliev e Danila Tkachenko si passano il testimone per narrare le stagioni di un paese straordinario e della sua ideologia, che mai come oggi torna a guardare indietro nel tempo.
 
Stella Rossa. Rozalija Rabinovič e l’arte della propaganda
a cura di Michele Bonuomo e Laura Leonelli
 
Rozalija Rabinovič (Kiev, 1895 – Mosca, 1988) è una delle più originali e meno conosciute interpreti della propaganda sovietica. La selezione di circa quaranta disegni realizzati fra l 1930 e il 1938 che viene esposta a Roma racconta miti, simboli e protagonisti dell'era staliniana sotto la luce fiammeggiante della stella rossa, nel passaggio dall'epoca più rivoluzionaria delle avanguardie al pieno sviluppo del realismo sovietico. Stroim! (costruiamo!) è la parola d'ordine che riecheggia fra ciminiere, treni in corsa, scavatrici, dirigibili, aerei in volo fra le guglie del Cremlino, tutto disegnato nei colori primari del rosso e del nero, e in una profusione "sacra" di oro.

Questa donna minuta e appassionata racconta attraverso i suoi disegni la creazione di un mondo dal "radioso avvenire", che coinvolge tutti, dai padri della patria alle giovani leve; in una scenografia grandiosa, in un'esaltazione eroica della geometria, le ciminiere salgono al cielo, Lenin indica la via, gli aerei e i dirigibili volano da un capo all'altro dell'Unione Sovietica, Stalin annuncia i piani quinquennali, i pionieri suonano i tamburi, i paracadutisti si lanciano coraggiosi, i trattori e le scavatrici conquistano nuove terre, e le locomotive, simbolo della civiltà delle macchine, uniscono in sole sette ore Mosca e Leningrado.

Alla fine dello stalinismo il materiale di propaganda viene nascosto dall'artista nella sua abitazione, a Mosca, dove la Rabinovič ha vissuto fino al giorno della sua scomparsa. Soltanto dopo la sua morte, i disegni degli anni '30, affidati ad un nipote, sono tornati fortunosamente alla luce.
 
Nel chiuso dell’URSS. Lo sguardo “dentro” di Sergei Vasiliev
a cura di Francesco Bigazzi
 
Sergei Vasiliev, nato nel 1937 a Čeljabinsk, cittadina ai piedi degli Urali, è uno dei più famosi fotogiornalisti dell’era sovietica, con trent’anni di lavoro presso il quotidiano locale, e una lunga frequentazione delle prigioni in qualità di guardia carceraria. Dal 1948 ha affiancato Danzig Baldaev nella catalogazione dei tatuaggi e nella decifrazione, quasi un geroglifico, del loro significato, spesso diretto contro le autorità.
Vasiliev è stato in grado di "guardare dentro" senza esitazione. Dentro un carcere, dove i detenuti mostrano con orgoglio il corpo tatuato, dove ogni disegno parla di uccisioni, furti, spaccio, ogni simbolo è un grado militare per riconoscere capi e sottomessi. 

Ma non solo. Ha anche guardato dentro una banja, la sauna russa, raccontando l'intimità gioiosa di un gruppo di donne, posando il suo obiettivo sul loro corpo nudo e florido nel pieno della giovniezza. Dove l'imbarazzo non esiste, dove tutto è naturale, sensuale, il sudore che scivola sulla pelle, le risate, la confidenza fra di loro e con Vasiliev stesso, mentre le fotografa. Ancora un passo e le donne entrano in acqua, chi con il figlio appena nato, chi nuotando come in mare aperto. Siamo all'inizio degli anni Settanta.

Nel 1977 e nel 1981 giungono ad ovest queste immagini di infinita bellezza, ed entrambi i reportage, Banja e Nascita, vengono premiati al World Press Photo. Alla caduta dell'URSS appaiono le fotografie dei tatuaggi, oggi pubblicate nei volumi Russian Criminal Tattoo. Sulla pelle, unica proprietà privata nei tempi sovietici, i russi hanno scritto la loro storia, fra violenza, protesta ed infinita bellezza.
 
Danila Tkachenko. Restricted Areas
a cura di Davide Monteleone
 
Per tre anni Danila Tkachenko (Mosca, 1989), giovanissimo talento della fotografia russa, in linea con le istanze più internazionali e contemporanee, ha viaggiato per il suo paese, dal Kazakistan alla Bulgaria, al Circolo Polare Artico, alla ricerca di quelle restricted areas, che dalla seconda guerra mondiale alla caduta dell'Urss sono rimaste segrete, mute persino sulle carte geografiche. Un dato biografico avvia questo imponente lavoro di documentazione. La nonna di Danila vive a Čeljabinsk, a pochi chilometri da un'altra città, identica nel nome, ma chiusa nell'invisibile fino al 1994: Čeljabinsk-40.
Qui viene creata la prima bomba nucleare, e qui nel 1964 si verifica una delle più spaventose catastrofi nucleari della storia, pari a Chernobyl. Ma nessuno ne parla. Il mutismo che avvolge la città, il terrore che la immobilizza, è reso dalle fotografie di Tkachenko con il bianco immacolato della neve. Il giovane nato nell'anno della caduta del Muro e a pochi mesi dalla fine dell'Unione Sovietica rappresenta nelle sue splendide fotografie i resti di un impero che ha sacrificato ogni ricchezza e milioni di vite in nome della tecnocrazia.
 
Nella cornice di un lunghissimo inverno ideologico, appaiono i laboratori in rovina di una cittadella scientifica al Polo Nord, specializzata nelle ricerche biologiche, la carcassa di un aeroplano prodotto in due soli esemplari, un'antenna parabolica per le comunicazioni interplanetarie; gli edifici di una città dove venivano prodotti i missili, chiusa definitivamente nel 1992. Infine, come se il gelo della guerra fredda e della minaccia atomica avesse imprigionato ogni vita, emerge dalla neve il monumento ai lavoratori di una stazione nucleare. Ogni cosa è abbandonata. Le rovine sono tutto ciò che rimane della fede cieca nelle conquiste del progresso. E questo, spiega il fotografo, vale per qualsiasi ideologia e a qualsiasi latitudine.