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Rende, "Alberto Burri e i poeti"

"Burri e i poeti: materia e suono della parola" espone le opere principali del maestro contemporaneo, che - per citare il Presidente della Fondazione Burri, Bruno Corà - "esprimeva la sua poesia nelle opere d'arte, scabra, intensa, personale e del tutto universale". E' nota la creazione di rapporti fitti e intensi con alcuni grandi poeti del suo tempo, con cui Burri si è confrontato in moltissime occasioni.
Proprio questo è il filo rosso della mostra: infatti accanto ad una emblematica e grande opera del Maestro sono esposte numerose altre sue creazioni che testimoniano il rapporto assiduo e particolare con la poesia e i poeti; un esempio su tutti sono e copertine di libri originali ormai rare e di pregio, create da Burri per edizioni particolari.

Il rapporto più noto è quello avuto con Ungaretti, che considerava Burri il pittore più amato, al punto da tratteggiarne questo ritratto: "Burri, il medico, poi pittore reduce dalla prigionia nei campi di concentramento che, con quell’orrore negli occhi vuota, nelle sue opere, il bubbone infernale, ne mostra in mezzo ai lutti, l’ingiusto cratere di sangue e di fuoco voluto dall’inferno, e mostra come la fiamma della libertà domini alla fine anche il più atroce sadismo". Per gl ottant'anni del poeta, poi, vengono pubblicate le poesie d'amore fra Ungaretti e Bruna Bianco, con il titolo "Dialoghi", e per questa edizione Burri crea una sua Combustione.
Tuttavia Ungaretti non fu l'unico poeta ad avere un rapporto così stretto con Burri; l'artista fu introdotto nell'ambiente artistico romani grazie a Libero De Libero e Leonardo Sinisgalli, che lo presentarono nella prima mostra tenuta alla Galleria La Margherita di Roma nel 1947.

Quando, alla fine del ’49, Burri si misura con i sacchi che contenevano lo zucchero destinato agli alleati all’Italia, Emilio Villa, biblista e poeta, scrive “Alberto Burri coltiva come in vitro, anzi come in lino, queste contrattili anatomie di organismi inespressi, incerti tra una parvenza di materiali biologici fuori uso e un ideale di fulminei universi tra il gigantesco e il minimissimo: una ambiguità spalancata, un desiderio di stringere ricordi di cose che devono chiarirsi”.