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Pollock e gli irascibili

Non si sa se sia stata la morte a impedirgli di continuare a dipingere, o la pittura a impedirgli di continuare a vivere, così scrisse Elena Pontiggia del romantico Pollock.

Il californiano invitato nel 1942 all’inaugurazione della galleria The Art of This Century di Peggy Guggenheim, e che fu poi da lei incaricato di dipingere il gigantesco murale di quasi tre metri per sei, «una tela immensa, ma eccitante come tutto l’inferno». Stava per prendere forma il primo movimento artistico americano capace di muovere il faro dell’attenzione dall’Europa inospitale a quella New York che aveva accolto il pioniere dell’action painting per trasformarlo in artista affermato, e insieme l’amico e rivale, l’olandese Willem de Kooning, l’armeno Arshile Gorky, il russo Mark Rothko, che nel giro di un decennio raggiungerà fama tale da permettersi di ritirare le tele di un lavoro commissionato per via della collocazione non consona nella sala del ristorante Four Season. E con loro, tutti quelli provenienti da ogni parte d’America: tanti, al Greenwich Village, a condividere intenti e poetiche davanti a una tela da interpretare come spazio per la libertà di pensiero e di azione.

Proprio loro, etichettati come «Irascible 18» per la lettera di protesta inviata al direttore del Metropolitan che non li aveva inseriti nella rassegna sull’arte contemporanea americana, e per la grande polemica sulla stampa che ne era seguita.

 

Sono trentacinque fondamentali anni, quelli dal 1931 al 1966, al centro della mostra dedicata alla Scuola di New York e all’espressionismo astratto, con oltre 60 capolavori provenienti dal Whitney Museum, e messa a punto da Carter Foster, lo stesso curatore del museo, con la collaborazione di Luca Beatrice. Nel quadro della proposta milanese articolata in omaggio alla cultura oltreoceano, dalla musica al teatro, dalle arti visive alla letteratura, per un’intera stagione dai colori vivissimi.
L’Autunno Americano, appunto.

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