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Napoli. Boris Mikhailov, "io non sono io" al museo Madre

Mikhailov è uno dei più autorevoli fotografi contemporanei. Nato in Ucraina, la sua ricerca verrà ripetutamente boicottata dal regime sovietico. Mikhailov affronta una serie di tematiche relative ai forti e traumatici cambiamenti che hanno investito il suo paese natale e che ancora oggi causano forti ripercussioni. 

La degradazione sociale conseguente alla fine dell'Unione Sovietica, sia in termini di strutture comunitarie e condizioni di vita che di ripercussione sulla coscienza dei singoli, assurge nelle fotografie dell'artista a una valenza universale che rappresenta l'identità contemporanea nello scisma perenne fra inclusione ed esclusione, progresso ed emarginazione, identità e sradicamento, stanzialità e migrazione, divenendo testimonianza di una dignità insopprimibile come delle comuni radici etiche di ogni essere umano.

Il corpo è spesso protagonista nella sua dolente fragilità, come ad esempio nella serie che dà il titolo alla mostra, "I am not", in cui l'artista mette in scena un'esilarante sequenza di azioni al contempo classiche e beffarde, che nella loro poetica ironia e nella loro radicale singerità restituiscono al pubblico l'autoritratto di un individuo emarginato che riesce comunque a trovare la sua straniante liberazione attraverso l'espressione artistica. Sono proprio i temi del ritratto e dell'autoritratto quelli centrali nella mostra al Madre di Napoli, che rispecchiano il dramma dell'artista che si trova a combattere contro l'oppressione sociale, la miseria, l'abbandono e la solitudine. Mikhailov tenta attraverso i suoi scatti di dipingere le pieghe del reale, ricercando una verità comune che, attraversando i confini dello spazio e del tempo riecheggia toni della grande arte europea, a partire dalla pittura barocca fino a giungere alle avanguardie storiche del XX secolo.
Le altre serie in mostra (fra cui Yesterday Sandwich, Salt Lake, Football, The Wedding), rappresentano altri capitoli di uno stesso racconto che alle banalità e al grottesco della storia oppongono la resilienza di tante storie individuali, a volte spiritose, a volte tragiche.
La mostra ci restituisce una galleria di ritratti e autoritratti fra i più importanti di tutta la fotografia novecentesca, disturbanti quanto profondamente umani nella loro urgente testimonianza di dignità personale e collettiva: diversi e uguali nel rappresentare noi stessi, noi in quanto esseri umani.