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Modena: Hiroshi Sugimoto

Italia – nella neoclassica Villa Manin di Passariano (Ud) per cui era stata appositamente pensata nel 2007 – Hiroshi Sugimoto è di nuovo protagonista di un’antologica nel nostro Paese, quella organizzata dalla Fondazione fotografia Modena dall’8 marzo al 7 giugno. Ripercorrendo la carriera del fotografo giapponese ne “aggiorna” la biografia, rendendo anche conto di progetti ancora in corso. La rassegna è interessante non solo per la personalità di Sugimoto (nato a Tokyo nel 1948) e la qualità delle sue immagini, raffinati bianco-neri rigorosi come opere d’arte zen; ma anche perché queste dimostrano l’infinita possibilità di linguaggio e di resa del mezzo fotografico e il suo enorme potere di “testimoniare” la realtà. Anche quella che sembra sfuggire all’osservatore, perché passata, o lontana, o non percepibile nel suo insieme dai limiti visivi e mentali di chi guarda. Da vero «biografo del tempo», come lo definì Francesco Bonami, allora curatore artistico di Villa Manin, Hiroshi Sugimoto utilizza la sua macchina fotografica come l’unico strumento che ne può non solo nascondere lo scorrere, ma anche “risalirlo” a ritroso. Sicché il tempo, misurato in lunghe pose e quasi cristallizzato, diventa il vero tema delle immagini, al di là dei soggetti che vediamo descritti. Come per la serie Seascapes, iniziata nel 1989 e ancora in corso, in cui le distese marine che sfumano nell’orizzonte appaiono come paesaggi immaginari ed eterni da primo mattino del mondo. O le foto della serie Dioramas (1976-2012), che presentano le grandi scenografie di biotopi ubiqui nei musei di storia naturale, di minuziosa descrizione e per questo irreali, quindi atemporali. O meglio ancora i Portraits, una serie del 1999, in cui i personaggi ci arrivano in realtà interpretati dalle statue di cera di Madame Tussaud’s, e i “ritratti” appaiono quindi freschi e attuali quasi fossero realizzati oggi. Anche se i soggetti – con l’eccezione della regina Elisabetta II e di Fidel Castro – sono morti da secoli, come Enrico VIII e le sue mogli, o solo da decenni, come lady Diana. Forse, la serie più emblematica rimane Theaters, avviata nel 1976 e anch’essa ancora in corso: eleganti interni di cine-teatri americani, coi loro arredi anni Venti e Trenta, o di
anonimi drive-in. Tutti deserti e con l’enorme schermo bianco: non per assenza di spettacolo ma perché la durata della posa è stata pari a quella della proiezione. Una scena apparentemente immobile ma che in realtà evoca il trascorrere delle ore. Un fluire che appare anche nelle foto della serie Architecture (in fieri dal 1997), in cui le evanescenti immagini di architetture moderniste sembrano immerse nelle nebbie del tempo.
 
A cura di Elena Del Savio