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Mitoraj sulle spalle dei giganti

Un fondale davvero avveniristico, il discusso auditorium progettato dall’ideatore di Brasilia Oscar Niemeyer, sembra voler riannodare i fili di quel dialogo sul tempo che scorre e scoprire nelle crepe delle grandiose e suggestive opere di Igor Mitoraj, nelle forme attraversate da vuoti, quell’eco di antichità che ci riporta inesorabilmente a un passato da cui deriva tutto, il nostro futuro, il nostro esser moderni, le leggi, la democrazia, l’arte e l’architettura. A Ravello, per il tradizionale festival estivo dedicato quest’anno al tema della Memoria, vanno in scena le sculture monumentali dell’artista polacco che a Cracovia studiò con Tadeusz Kantor e dunque condivise con uno dei maggiori teorici del teatro del Novecento una poetica fondata sul tema della precarietà dell’esistenza, prima di completare gli studi a Parigi e avvicinarsi definitivamente alla scultura vivendo in Messico. Le opere: sei giganti all’auditorium, uno nella piazza del Duomo e quattro nei giardini di villa Rufolo, che ospita anche una mostra con un mosaico e otto dipinti a encausto, tecnica pittorica delle prime civiltà greche.

I nomi sono quelli di Eros, Ikaro, Centauro, Osiride, che diventano oggi gli eroi vinti solo dal tempo, espressione contemporanea di una condizione eterna, quella dell’uomo via via screpolato per il succedersi dei drammi quotidiani e la ripetuta perdita di identità. Per le sculture del maestro, l’unico a essere mai stato “ospitato” nella Valle dei Templi di Agrigento, un nuovo riverbero di prospettive, tra le mille e mille rifrazioni della rete che unisce antico, moderno, futuro.

Elena Cenzato

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