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Milano: Nanni Balestrini, “Dominare il visibile”

La Fondazione Marconi di Milano presenta al pubblico una mostra di opere realizzate dall’artista, poeta, romanziere Nanni Balestrini: due nuclei di suoi lavori recenti, entrambi inediti e realizzati per l’occasione.

Instancabile animatore del Gruppo 63, al quale la Fondazione Marconi ha dedicato lo scorso autunno una retrospettiva, Nanni Balestrini è una personalità versatile e complessa, il cui lavoro si pone al confine di molteplici linguaggi. Tra i cinque poeti di punta dei Novissimi, l’artista scrittore si distingue per il suo ininterrotto sperimentalismo, sviluppando tecniche riconducibili al collage, oltre che per la diffusa intuizione sull'incidenza del caso nel fare poetico.

LA MOSTRA si articola in due sezioni distinte e parallele, che sono tuttavia chiaramente legate tra loro: come due declinazioni possibili, e in qualche modo complementari, che il suo lavoro propone per dar vita a un intervento complesso con l’universo del “visibile”, inteso come il luogo del nostro incontro totale con il mondo, attraverso le sue configurazioni, potenzialmente infinite, di esistenza concreta.

IL PRIMO PIANO è dedicato al ciclo I maestri del colore e riprende in chiave inedita riproduzioni di quadri famosi: grandi icone della storia dell’arte dipinte da Paolo Uccello, Fernand Léger, Paolo Veronese, Eugène Delacroix, El Greco, Pieter Paul Rubens, sulle quali l’artista ha aggiunto segmenti testuali ritagliati, liberamente estrapolati dalla comunicazione mediatica a lui contemporanea, quasi a “misurare” il linguaggio sull’immagine, e viceversa. Un ciclo straordinario, nel quale la “storia” delle immagini si confrontava in tempo reale, in un’interferenza felice e attiva, con la “vicenda” della parola come specchio del divenire sociale e politico e, in senso ancora più esteso, umano.

Il lavoro ha come prototipo una serie di collage degli anni ’60 basati su immagini tratte dalla raccolta storico-artistica I maestri del colore pubblicata all’epoca dalle edizioni Fratelli Fabbri che Balestrini ha scelto oggi di trasporre su tela alle dimensioni dei dipinti originari, dando vita così a una grande galleria, virtuale e fisica al contempo, emblematica della sua pratica intermediale, costantemente risolta in senso concreto, e spinta dalla “necessità di dominare il visibile” (espressione che ritroviamo proprio in uno dei testi poetici dedicati dall’autore a questo ciclo di opere). Qui, a “dominare il visibile” come luogo di possibilità di essere del (e nel) mondo attraverso la creatività come pratica di libertà, è il linguaggio stampato, che filtra l’immagine, proiezione tangibile di un luogo ideale (o meglio, la sua trasposizione visivo-comunicativa attraverso la riproduzione: il museo immaginato), mediata dall’intervento modificatore dell’artista (le filze parolibere). 

IL SECONDO PIANO è invece dedicato a un altro ciclo della sua produzione recente, realizzato nell’ultimo anno e totalmente inedito: quello dei Neri, esposti in questa occasione per la prima volta. Si tratta di lavori nei quali Balestrini riformula visivamente uno dei concetti cardine della sua poetica artistica, a tutti i livelli: quello della “distruzione”. Sempre attraverso la tecnica del collage, questi lavori prelevano e ricombinano frammenti decostruiti della comunicazione mediatica presente, secondo traiettorie intrecciate e intermittenti. Questi “paesaggi verbali” vengono però in parte cancellati e “dominati” dalla presenza di larghe macchie nere intenzionalmente libere e incisive, che l’artista vi sovrappone, a problematizzarne ulteriormente la valenza semantica: volendo riprendere una delle frasi che vi si leggono, si può dire che tendano così alla “riproduzione del possibile”. I Neri sono accompagnati da un’ambientazione sonora, anch’essa concepita da Balestrini per l’occasione, in cui più voci pronunciano frammenti sconnessi di parole, in una sorta di “impasto” uditivo, ad amplificare in senso totale e immersivo l’idea di distruzione significante sottesa ai quadri stessi. Ne emerge un territorio emotivo-linguistico complesso, retto da un equilibrio espressivo sottilmente dinamico e magmaticamente evocativo che, a differenza dei Maestri del colore, non si fonda più sulla riconoscibilità interferente dei vari elementi (la lettera e l’immagine, ma anche la tecnica esplicita del cut-up che materialmente ne induce la relazione creativa), quanto sul loro intenzionale addensarsi e frammentarsi di una nuova sintassi concreta, tesa al contempo a intuire e a tradurre il collasso comunicativo che connota la nostra epoca ipermediale, in nuovi “luoghi” possibili di relazione. 
 
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