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Manet. Ritorno a Venezia

Molto si è detto e scritto sul ruolo dei modelli spagnoli nella sua formazione, ma mai prima d’ora si sono indagati in maniera puntuale il legame stringente, l’impatto emotivo e creativo, la fascinazione che su di lui ebbero la pittura italiana del Rinascimento e quella veneziana in particolare.

Manet. Ritorno a Venezia”, la mostra che la Fondazione Musei Civici di Venezia ospiterà dal 24 aprile al 18 agosto 2013 nelle monumentali sale di Palazzo Ducale, progettata con la collaborazione speciale del Musée D’Orsay di Parigi e coprodotta con 24Ore Cultura Gruppo 24 Ore – con il patrocinio della Regione del Veneto e della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e Laguna – ripercorrerà questi legami e questa passione attraverso un corpus straordinario d’opere dell’artista e confronti mai prima d’ora resi possibili, mettendo finalmente in luce il rapporto stringente di Manet con l’Italia e la città lagunare.

Sarà emozionante vedere riunite, in particolare, la dirompente Olympia di Manet (1867) - opera che lascia per la prima volta la Francia - e la sublime Venere di Urbino di Tiziano (1538) prestata eccezionalmente dalla Galleria degli Uffizi: il dipinto che l’artista ammirò a Firenze e da cui trasse ispirazione per raffigurare la sua sfrontata “femme de plaisir”. Un confronto “storico” tra due diverse “modernità”, tra due icone dell’arte universale, che si realizza grazie anche all’impegno del Sindaco di Venezia e alla comunione d’intenti dei Ministeri degli Esteri e della Cultura italiani e francesi.

 

Curata da Stéphane Guégan, con la direzione scientifica di Guy Cogeval e Gabriella Belli e con il progetto allestitivo di Daniela Ferretti, l’esposizione si propone dunque come un autentico evento: mai la pittura di Manet è stata presentata in maniera così significativa in Italia e mai è stato affrontato sul piano critico un aspetto così peculiare della sua arte.
Se dunque gli studi su Manet si sono per lungo tempo concentrati sull’idea di una sua diretta discendenza dall’opera pittorica di Velázquez e di Goya, vedendo nell’ispanismo l’unica fonte della sua modernità e la ragione e lo stimolo per il suo rifuggire dal “ritorno” alla tradizione accademica, non meno significativo fu in realtà il legame con l’arte italiana. E se Le Déjeuner sur l’herbe (1863 -1868 c.) e l’Olympia (1863) - entrambi esposti - sono chiaramente variazioni da Tiziano e due splendide testimonianze della relazione di Manet con l’Italia, ancora molti sono gli esempi della profonda conoscenza dell’eredità artistica di Venezia, Firenze e Roma, da parte del grande pittore, che la mostra saprà svelare.

L’itinerario dell’esposizione, che ripercorre attraverso assoluti capolavori tutta la vita artistica di Manet, con riferimenti più o meno espliciti al suo “intricato” universo privato, si apre con una serie di libere interpretazioni d’antichi dipinti, affreschi e sculture che egli vide durante i suoi due primi viaggi in Italia, nel 1853 e nel 1857.

Il catalogo sarà edito da Skira-Milano, con scritti di: Roberto Calasso, Guy Cogeval, Stéphane Guégan, Gabriella Belli, Flavio Fergonzi, Cesare De Seta e Camillo Tonini.

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