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LE CHIESE DI VIA MEDINA

 La visita alle chiese di via Medina parte da San Diego all'Ospedaletto, nota anche come San Giuseppe Maggiore, nome che deriva dai resti di un'antica chiesa, costruita all'inizio del Cinquecento dall'Arciconfraternita dei Mannesi (i falegnami) e demolita durante il riassetto urbanistico del rione Carità e che è stato trasferito a questa chiesa. Conserva affreschi di Battistello Caracciolo, allievo di Caravaggio e una tela con il Transito di San Giuseppe di Massimo Stanzione, nell'ultima cappella a destra; e in sagrestia una tela con Sant'Antonio da Padova di Andrea Vaccaro. Nella controfacciata vi sono eleganti tombe in marmo dei principi di Piombini, opere di Giacomo Colombo, scolpite nel 1703 su disegno di Francesco Solimena. Si continua la visita alla chiesa della Pietà dei Turchini realizzata dalla Congregazione dei Bianchi dell'Oratorio che inizialmente, accoglievano i fanciulli abbandonati nei pressi della chiesa di S.Maria Incoronata a Rua Catalana. Poi con l'aumentare della comunità, si trasferirono in via Medina, fondarono, accanto all'orfanotrofio, questo tempio e l'annesso conservatorio. Il nome deriva dalla tunica azzurrina dei bambini ospiti dell'istituto; questi, venivano istruiti soprattutto nell'arte, nella musica e nel canto (tra gli allievi dell'istituto vi fu anche Scarlatti, Pergolesi) ed ancora oggi la struttura è famosa per le sue attività concertistiche. Le opere principali qui custodite sono: dipinti di Luca Giordano e di Battistello Caracciolo. Si passa, poi, nella chiesa di Santa Maria dell'Incoronata edificata nel 1364, in ricordo dell'incoronazione della regina Giovanna I d'Angiò e del suo secondo marito Luigi di Taranto, come crede la tradizione, ma soprattutto per ospitare una preziosa reliquia, una spina della corona di Cristo, che la sovrana aveva richiesto espressamente in dono dal re di Francia, Carlo V. Al suo interno si trovano affreschi, probabilmente eseguiti intorno al 1352 che rappresentano Il trionfo della fede e I sette Sacramenti e sono stati attribuiti a Roberto d'Oderisi che prosegue sulla via di Giotto.

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