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Il volto del '900

Per capire da dove veniamo – ma forse non abbastanza per sapere dove andiamo – noi figli del Novecento dovremmo guardare in faccia il secolo che ci ha prodotto. Un’epoca artistica che, come poche prima, si è metamorfizzata in un’infinità di forme ed espressioni a malapena riassunte da un abbondante e mutevole catalogo di movimenti e sottocorrenti, spesso in reazione uno all’altro. Un secolo di cui, per capire lo spirito, bisogna guardare il volto. Come propone la mostra a Palazzo Reale, che con opere dal Centre Pompidou di Parigi cerca di delinearne un quadro somigliante.

 

E lo fa proprio attraverso i ritratti, e gli autoritratti – un’ottantina di opere –, dei più noti artisti del secolo, da Matisse a Bacon. Un secolo che sembra si sia votato all’annullamento della personalità, segnato da eventi quali, nelle parole del curatore Jean-Michel Bouhours, «l’invenzione della psicoanalisi, la negazione dell’individuo nei regimi totalitari, l’annientamento dell’identità nei campi di sterminio nazisti, la generalizzazione della fotografia, l’immersione dell’Io da parte di uno pseudo-immaginario collettivo creato dai media».

E che ha assistito alla spersonalizzazione del linguaggio artistico astratto, in cui – sempre nelle parole del curatore – «tutto sembra concorrere all’idea dell’arrivo di un mondo senza più volti». Pure, un secolo in cui «cresce una sorta di frenesia a farsi fare il ritratto», come dimostrano le opere, disposte in cinque sezioni.

 

Nella prima, Il mistero dell’anima, i lavori nei quali autori come Matisse, Bonnard e Modigliani indagano la personalità del soggetto ritratto. Seguono le sezioni Autoritratti, di artisti (da Magritte a Bacon, Severini e Robert Dalaunay) che rivolgono verso se stessi lo sguardo indagatore; Faccia e forme, in cui il volto, isolato dal resto del corpo, assume nuova forza (in lavori di Derain, Léger, Brancusi, Miró, Ernst e altri); e Chaos e disordine, dove le figure scomposte e fluidificate (di Giacometti, Dubuffet, Picasso, Base litz) rappresentano l’estrema sintesi della figura umana, al limite del disfacimento corporeo. Infine nell’ultima sezione, Il ritratto dipinto dopo la fotografia, la potenza espressiva degli autori (da Tamara de Lempicka a Valadon, ai meno noti Manguin, e Van Dongen) supera i limiti realistici del ritratto dal vero realizzato nelle sale di posa dei fotografi.

 

Elena Del Savio

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