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Il Complesso di San Gregorio Armeno

Definita dal Celano "stanza di paradiso in terra", la chiesa di San Gregorio Armeno, fondata con il Monastero nell’VIII secolo da un gruppo di monache dell’ordine di San Basilio fuggite da Costantinopoli con le reliquie di San Gregorio, vescovo d’Armenia, rappresenta uno dei capolavori dell’arte napoletana fra Cinque e Settecento.
La chiesa, che secondo il rito orientale era al centro del convento, fu completamente ricostruita su progetto di Giovanni Battista Cavagna tra il 1574 e il 1580 e, per volontà della badessa Beatrice Caracciolo, arricchita di un soffitto ligneo intagliato che incornicia un bel ciclo di dipinti di Teodoro d’Errico, uno dei maggiori pittori fiamminghi attivi in città nel Cinquecento.
Tra il 1671 e il 1684 Luca Giordano decorò la chiesa con un racconto unitario composto da cinquantadue episodi relativi alla storia delle monache basiliane e al loro arrivo a Napoli, considerato da Roberto Pane "uno dei più impostanti complessi figurativi del maestro napoletano".
Nel Settecento, la chiesa si arricchì di stucchi, marmi e ottoni tipici del barocco napoletano, dell’organo e di due cantorie in legno intagliato ad opera del Regio Architetto Niccolò Tagliacozzi Canale, attivo nella chiesa dal 1730 al 1750. Nel 1757 fu costruito un coro d’inverno ricavato sotto le capriate del tetto al di sotto del soffitto ligneo e utilizzato dalle monache per assistere alle funzioni liturgiche, mentre, nel chiostro, la badessa Violante Pignatelli fece costruire la famosa fontana “ricca per ameno gioco di acque, dolce spettacolo per gli occhi" dominata dal superbo gruppo marmoreo con Cristo e la samaritana a grandezza naturale, capolavoro di Matteo Bottigliero.