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Gli scavi di Oplontis (NA): la villa di "Poppea"

Una visita guidata in esclusiva per i soci e gli amici del Tci per ammirare gli scavi di Oplontis, ubicati al centro della moderna città di Torre Annunziata e, in particolare, la villa di Poppea inserita tra i beni che l'UNESCO ha definito "Patrimonio dell'Umanità": grandiosa costruzione residenziale della metà del I secolo a.C., ampliata in età imperiale, in corso di restauro al momento dell'eruzione.
È attribuita a Poppaea Sabina, seconda moglie dell'imperatore Nerone, ma in ogni caso rientrante nel patrimonio della famiglia imperiale.

Oplontis: Il nome di Oplontis compare solo nella Tabula Peutingeriana, copia medioevale di una mappa stradale itineraria di tutto l'Impero romano, risalente, forse all'età augustea ma aggiornata fino al tardo-impero, e nei più tardi itinerari che da essa derivano. Oplontis è raffigurata sulla linea di costa, a 3 miglia sia da Pompei che da Stabiae e a 6 miglia da Ercolano.
Il simbolo con cui è rappresentata è di incerta interpretazione, potrebbe trattarsi di un edificio termale come quello scoperto nel 1831 nella zona dell'Oncino, oppure di una villa come quelle rinvenute in località "Mascatelle" (la villa di Poppea o la villa rustica attribuita a L. Crassius Tertius). uttavia le distanze itinerarie da Ercolano e da Pompei si adattano meglio ai ruderi termali dell'Oncino.
La costa del litorale pompeiano e di quello ercolanese dovette essere, prima dell'eruzione del 79 d.C. e in parte anche dopo, a partire dal II secolo d. C., tutto un susseguirsi di ville ed insediamenti costieri, tanto che il geografo di età augustea, Strabone, poteva scrivere: "la costa da Miseno a Sorrento ha l'aspetto di una sola città". 
È lecito ritenere che l'antica Oplontis sia stata un centro residenziale, costituito da un susseguirsi di ville con una stazione itineraria per il cambio dei cavalli, terme ed albergo per i viaggiatori, e luoghi di ammasso e smercio dei prodotti agricoli che produceva la fertile terra vesuviana.
Il primo scavo ufficiale nel sito della villa A (località Mascatelle) di Torre Annunziata fu intrapreso nel Settecento, quando fu scavato un cunicolo dal canale Conte di Sarno, tuttora visibile al limite meridionale dell'area archeologica. Lo scavo, condotto dall'architetto militare Francesco La Vega, fu abbandonato a causa dell'aria mefitica e la galleria chiusa. Nel 1839 fu effettuato un piccolo scavo a cielo aperto nell'area del peristilio del quartiere servile, rinvenendo la fontana del giardino. Da qui furono praticati alcuni stretti cunicoli, che raggiunsero l'area immediatamente più ad est, costituita dal monumentale passaggio con panche in muratura e dal porticato parallelo ad esso. Nel 1840 gli scavi furono sospesi, per mancanza di fondi, ma, riconosciuta l'importanza archeologica del sito, esso fu acquisito dallo Stato. Gli scavi sistematici della villa, a parte alcuni rinvenimenti casuali e sporadici, avvenuti nei pressi di via Murat, cominciarono nel 1964: condotti con criteri moderni, hanno permesso, sulla scorta della documentazione raccolta, la progressiva ricostruzione degli alzati e dei tetti e il restauro immediato di pitture e pavimenti. Nel 1974, 250 m. ad est della villa A o di Poppea, durante i lavori di costruzione di una scuola, venivano alla luce i resti di un altro considerevole edificio, articolato intorno ad un peristilio a due livelli, la villa B o di L. Crassius Tertius, alle cui spalle si estendono altre costruzioni, separate dal complesso da una strada. Gli scavi di questo complesso e anche della villa A non sono ancora conclusi, impediti anche dal contesto urbano moderno.
La Villa di "Poppea": grandiosa per dimensioni, qualità degli affreschi e adorna di numerose sculture in marmo, venne costruita intorno alla metà del I secolo a.C. e poi ampliata in età claudia. Essa è stata attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie dell'imperatore Nerone, per la presenza di un'iscrizione dipinta su di un'anfora, indirizzata a Secundus, liberto di Poppea: in ogni caso essa doveva appartenere al ricchissimo patrimonio della famiglia imperiale che, come molti altri esponenti del patriziato romano, prediligeva la costa campana, famosa già nell'antichità per la salubrità del clima e lungo la quale amava edificare sontuose ville residenziali (ville di otium). La Villa era disabitata al momento dell'eruzione: non c'erano infatti suppellettili nelle stanze, né vasellame nella cucina. Molti oggetti rinvenuti, come colonne e lucerne, erano accantonati in poche stanze. Materiali edili e lavori in corso dimostrano che nella Villa si stavano riparando i danni di uno dei numerosi terremoti che colpivano con frequenza l'area vesuviana. Essa si sviluppa, lungo un asse est -ovest, in modo simmetrico al corpo centrale, il vecchio nucleo della 'villa', che, sopraelevato, sporge nel giardino ed è affiancato da portici.
L'ingresso originario e il prospetto anteriore, non scavato, si trovano oltre il cinquecentesco canale artificiale Conte di Sarno, sotto l'abitato moderno. 
La villa, circondata da ampi giardini, è dotata, fra l'altro, di un quartiere termale; non mancano gli ambienti produttivi, come quello dove si pigiava l'uva per la produzione del vino. La decorazione pittorica, con finte porte e colonne, è correlata all'architettura reale, creando così giochi prospettici, corrispondenze fra reale ed immaginario. Numerosi e di grande qualità i particolari delle decorazioni pittoriche, costituiti da maschere, cesti di frutta, fiaccole, uccelli. La villa era originariamente adorna di numerose sculture, in prevalenza copie romane di originali di ambito ellenistico del III - II secolo a.C.
La zona orientale è quasi interamente scavata, mentre quella occidentale non è stata del tutto posta in luce per la presenza della strada moderna e di un edificio militare, l'antica Real Fabbrica d'Armi.
Gli Ori di Oplontis: nella villa di "Lucius Crassius", nel 1984, è stata trovata una cassa in legno contenente 170 monete, alcuni gioielli in oro ed argento, una serie di unguentari, stecche in osso e piastrine di vetro per la cosmesi. In un altro ambiente, indosso a cadaveri morti durante l'eruzione, sono stati trovati monili in oro, consistenti in vari tipi di orecchini, collane, braccialetti e anelli. Gli orecchini sono in massima parte del tipo "a spicchio di sfera", ravvivato con puntinature eseguite a sbalzo che imitano la granulazione; del tipo a canestro con quarzi incastonati; del tipo con pendenti ornati da perle, molto amato dalle donne. Tra le collane, divisibili in monilia (a giro collo) e catellae (di notevole lunghezza), sono di particolare interesse quelle lunghe, con globetti e anellini in oro, alternati a vaghi di smeraldi. I bracciali sono più frequentemente di tipo tubolare, a verga cava o piena, quest'ultimo tipo a forma di serpente. Spesso erano decorati da gemme, il più delle volte smeraldi. Negli anelli, infine, erano incastonate gemme lisce o, molto spesso, incise con figure di divinità o animali. Si tratta di una tipologia abbastanza ampia, che non si discosta dalle produzioni attestate ad Ercolano e Pompei, comprendente tipi di gioielli di grande diffusione nel mondo romano nella prima età imperiale. Si prediligono le superfici lisce ravvivate da gemme incastonate; le tecniche usate sono la fusione in matrice, lo sbalzo, la lavorazione in lamina ed in fili. Poco usata la filigrana, la granulazione, i motivi figurati lavorati a tutto tondo, tipici invece delle officine magno - greche.

Altre informazioni utili: 

informazioni e prenotazioni: 
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Via Cimarosa 38, 80127 – Napoli 
Lun – Ven: 9 / 13 e 15 / 19 
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Le prenotazioni sono aperte e scadono automaticamente sette giorni dopo la loro effettuazione, anche telefonica, se non confermate dal versamento della quota.
.Trasporti: mezzi propri 
.Partecipanti min / max: 25 / 60 
Quote: 
.€ 8,00 per i soci 
.€ 12,00 per i non soci 
La quota comprende: la visita guidata come da programma, assistenza del console, assicurazioni per la responsabilità civile, il compenso per la guida.
Il costo del biglietto d’ingresso è a carico dei singoli partecipanti per consentire a chi ha diritto alla riduzione o all’esenzione di poterne usufruire.
La quota non comprende: gli ingressi, le mance, le spese di carattere personale e tutto quanto non specificato.
Il Corpo Consolare si riserva il diritto di accettare o meno la prenotazione. Le quote non sono rimborsabili in caso di disdetta (vedi regolamento).
Manifestazione organizzata per i soci e gli amici del Tci e soggetta al regolamento della Commissione regionale consoli della Campania. 
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