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Gli italiani visti da Mario Giacomelli

La fotografia è arte, ma anche poesia. A volte, le due cose insieme. Occorre uno sguardo sensibile per esprimersi in modo artisticamente e poeticamente creativo restando concreti, lontani da compiacimenti e formalismi. Uno sguardo come quello di Mario Giacomelli, il grande fotografo marchigiano che, pure, nella fotografia non riconobbe mai la propria professione e cui ora Genova dedica un’antologica, a quasi 90 anni dalla nascita e a 12 dalla morte. Sono circa 200 immagini dalla collezione di Sergio Casoli, curatore con Ettore Buganza: una sintesi delle migliaia di scatti raccolti nei due principali archivi, a Sassoferrato e a Senigallia, città natale di Giacomelli. È un significativo campione delle famose serie realizzate dall’autore, proprio a partire da Senigallia, primo oggetto delle sue attenzioni negli anni Cinquanta, sotto la guida di un concittadino, Giuseppe Cavalli, anche lui un maestro dell’obiettivo.

Ci sono immagini dalla sequenza dei celeberrimi “pretini”: Io non ho mani che mi accarezzino il volto, realizzata nel seminario della città, e da quella, cruda e struggente, dei vecchi reclusi del locale ospizio: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi; e poi scatti dalla serie La buona terra, tributo a contadini e lavoro nei campi, e da Un uomo, una donna, un amore, quasi un fotoromanzo, di altissima qualità. E ancora le atmosfere di Lourdes e di Scanno, e i versi di Leopardi, che le immagini di Giacomelli potenziano con un lirismo aggiunto. Bianchi e neri fulgidi nei contrasti netti, drammatici. Ogni serie un racconto, in cui leggiamo il potere dell’autore di approfondire e sviluppare l’idea, dilatandola oltre il singolo scatto. Per narrare, accanto alla realtà inquadrata, anche il proprio animo e la profondità dello sguardo: che cerca, osserva, indaga, si sforza di condividere l’esperienza che vuol testimoniare.

Elena Del Savio