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Edvard Munch

Forse nessun altro artista più di Edvard Munch (1863-1944) è rimasto indelebilmente segnato, nella percezione collettiva, da un unico dipinto. Più della Gioconda per Leonardo, o della Primavera per Botticelli, l’Urlo del pittore norvegese ne ha sintetizzato iconicamente lo stile e il linguaggio.

Una mostra a Genova, in apertura ai primi di ottobre a Palazzo Ducale nel 150° anniversario della nascita del pittore, cercherà di presentarne un ritratto più articolato, con l’aiuto di oltre cento opere che ripercorrono tutta la sua carriera: dal 1880, dalla Scuola di arti e mestieri alla Scuola reale di disegno di Christiania (vecchio nome di Oslo), fino ai soggiorni a Parigi e a Berlino; e al ritorno, nei primi anni del Novecento, in Norvegia.

L’Urlo può rappresentare una sintesi del modo di dipingere e di intendere la vita. Secondo il curatore Marc Restellini, direttore della Pinacoteca di Parigi – divenuta negli ultimissimi anni una delle più vivaci sedi espositive della capitale francese –, «Munch non dipingeva quel che vedeva, ma quel che aveva visto». Come dire che le sue esperienze, le percezioni della realtà esterna ma anche interna, personale, serene o dolorose che fossero, si depositavano nella sua psiche e si trasferivano poi nei suoi dipinti a rappresentare emozioni universali, archetipiche.
E di esperienze tragiche il pittore ne visse parecchie. Afflitto, secondo alcuni studiosi, da un disturbo bipolare maniaco depressivo, ancora giovane Edvard perse la madre di tubercolosi (a cinque anni), la sorella Sophie di polmonite, come il fratello, mentre un’altra sorella trascorse buona parte della sua vita in un ricovero per malati mentali. E nemmeno il sole e la luce di Nizza, dove trascorse quasi due anni, nel 1891 e 1892, e dipinse opere luminosissime (Munch dipingeva soltanto all’aperto e con qualsiasi tempo e anche le sue opere dovevano risentire di queste «esposizioni » agli agenti atmosferici), riuscirono a fugare le cupe ombre accumulate nel suo animo. Dopo le tele naturaliste della sua breve stagione impressionista, Munch sarebbe approdato a un cupo simbolismo espressionista, con cui avrebbe ritratto il «sacro» che è in ogni uomo: vita, amore, paura, malinconia, ansia, morte.
Come nella serie Il fregio della vita, alla quale, accanto a lavori come I solitari, La voce, Il bacio, Chiaro di luna, anche il famosissimo Urlo appartiene.

 

Elena Del Savio

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