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Chiesa San Michele sul Dosso

Casa Madre delle Suore Orsoline di San Carlo.La leggenda attribuisce al vescovo Ambrogio la fondazione di un oratorio campestre dedicato ai santi angeli. Non sappiamo se allora esistesse già un poggio nella zona. È comunque una prassi diffusa edificare le chiese dedicate all’arcangelo Michele su colline o alture, a protezione del territorio (si pensi al santuario del Gargano e alle sue derivazioni, il Mont-Saint-Michel in Bretagna o la Sacra di san Michele). Nel 1102 il papa Pasquale II concede la chiesa con l’annesso ospedale alla giurisdizione dell’abate di S. Ambrogio. Nel 1156 la zona viene racchiusa dal terraggio difensivo comunale. Nel ’300 ci sono documenti di un monastero femminile benedettino di S. Claretta, dipendente da S. Ambrogio. Nel 1475 il complesso passa alle monache cistercensi, che danno alla chiesa la struttura oggi visibile all’esterno (restano intatti il campanile a loggia monofora, il portale, i filetti in cotto di cornicione e finestre) e iniziano la costruzione dell’attuale chiostro maggiore. Il monastero è una specie di distaccamento femminile del convento santambrosiano, dal 1497 in mano ai cistercensi. Nel 1576 viene riformato e ingrandito per incentivo dell’arcivescovo Carlo Borromeo: il tempio primitivo diventa il transetto di una nuova chiesa a T, più vasta e diversamente orientata, e sulla vecchia facciata è aperta una grande finestra termale, ispirata a quella della vicina chiesa di san Vittore al Corpo. Il convento è soppresso da Giuseppe II e ripristinato nell’età della Restaurazione, e dal 1842 è assegnato alle suore orsoline.
La Madonna del Petrarca. La visita al complesso inizia con questa rara e poco nota creazione 300esca. Petrarca non la nomina mai nei suoi scritti, ma quasi sicuramente la poté ammirare, custodita dalle monache in un tabernacolo votivo. Il gruppo statuario della Vergine col bambino, d’ignoto maestro campionese, è una delle sculture milanesi del periodo meglio conservate. Risale a circa un trentennio prima dell’arrivo di Petrarca a Milano (1325 ca.), ma non si conosce con sicurezza la sede originaria.L’immagine è frontale e maestosa, modellata a larghi piani, secondo un attardato gusto romanico. All’epoca dell’esecuzione, Azzone Visconti non ha ancora convocato Giovanni di Balduccio a rinnovare la tradizione locale in direzione gotica. I volumi sono bloccati, lo sguardo della Vergine è impenetrabile, anche se l’effetto originario doveva essere diverso, animato da una policromia che infondeva vita alla figura sacra. Una spiccata tensione al realismo è provata dall’accurata lavorazione della pietra, fin nei minimi dettagli.